"Tutto cambia al di là di queste mura.
Qui invece tutto resta uguale, cristallizzato. Siamo un baco che mai si trasformerà in farfalla"

lunedì 26 gennaio 2015

La parola contraria

A Luca i treni sono sempre piaciuti. Fin da bambino, quando chiedeva a sua madre di portarlo alla stazione di Chiomonte per vederli sfrecciare rumorosi sui binari, con lo spostamento d'aria che gli faceva strizzare lievemente gli occhi. Non erano molti, bisognava sapere l'orario, altrimenti si doveva attendere anche un'ora prima di scorgerne uno in lontananza. Luca aveva 6 anni quando suo padre gli parlò per la prima volta del buco nella montagna. Era un caldo pomeriggio autunnale e i pendii erano ricoperti da un variopinto mosaico dalle sfumature rossastre. "Laggiù un giorno faranno una galleria per i treni lunga quasi 60 km". Luca aveva seguito il braccio teso del padre che indicava un punto indefinito al di là della valle. "E qui di treni ne passeranno sempre meno". Quel giorno Luca ritornò a casa con l'immagine del buco che gli frullava in testa. Avrebbe inghiottito tutti i treni, pensava con tristezza. Ancora non sapeva che il progetto di quel foro sarebbe diventato negli anni a venire il principale argomento di discussione delle cene famigliari. Luca e il progetto crebbero insieme, e insieme cambiarono con gli anni. Oggi Luca ha quasi trent'anni, ma il buco non c'è ancora. E ormai sono molti a pensare che mai ci sarà. Perché quella montagna è piena di amianto e uranio e perforarla è una follia, perché il traffico di merci lungo quella linea negli ultimi quindici anni è costantemente diminuito, perché la linea attuale sarebbe comunque in grado di assorbirne 5 volte tanto, perché i 24 miliardi di euro che andrebbero spesi per realizzare il progetto non sono giustificati dai benefici che ne deriverebbero (per la società, si intende, non per chi pensa di lucrarci sopra). Perché, pensa Luca oggi, quei soldi sarebbe meglio spenderli per sanità, istruzione, ricerca, asili nido e pensioni. Luca, con gli anni, ha imparato tante cose. Era ancora un adolescente quando suo padre è tornato a casa con un taglio profondo sulla fronte, a dimostrazione che anche chi manifesta il proprio dissenso in modo pacifico può prendersi una manganellata in testa. Era già un uomo quando circa un anno fa uno scrittore è stato denunciato per essersi espresso contro il progetto, a dimostrazione che la libertà di parola è un diritto sancito dalla Costituzione purché non si tratti di parola contraria.
Luca oggi aspetta un figlio. L'altra sera, appoggiando una mano sulla pancia della sua compagna, gli ha promesso due cose: che lotterà perché possa crescere in una valle non inquinata e che lo porterà alla stazione tutte le volte che vorrà per vedere passare i treni.

Il 10 settembre 2013 la società costruttrice francese LTF denunciò lo scrittore Erri De Luca per istigazione al sabotaggio della TAV in Val di Susa. Il rinvio a giudizio è stato fissato per il 28 gennaio 2015. Dopodomani, in un'aula del tribunale di Torino, il processo non riguarderà una singola persona. In gioco c'è molto di più. C'è l'articolo 21 della Costituzione e il diritto di poter liberamente manifestare la propria opinione.

"Istigare un sentimento di giustizia, che già esiste ma non ha ancora trovato le parole per dirlo e dunque riconoscerlo...
Di fronte a questa istigazione alla quale aspiro, quella di cui sono incriminato è niente"
"Uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica... suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria"
Erri De Luca (La parola contraria)

lunedì 15 dicembre 2014

Eternit

"anche se voi vi credete assolti  siete lo stesso coinvolti"
Fabrizio De André (Canzone del Maggio) 

Ha iniziato a non andare più a correre. Non riuscivo a crederci. Erano anni che andava regolarmente due mattine a settimana, quando aveva il turno in fabbrica al pomeriggio. Anche in inverno, con il freddo, la nebbia, persino con la neve. Dopo dieci minuti mi fa male ovunque, si è lamentato un giorno, mi manca la forza per proseguire. Poi è iniziata la tosse. Ricordo le notti insonni, un incubo. Quando il medico gli ha chiesto se fumava si è messo a ridere. La prima sigaretta che aveva fumato all'età di quindici anni era stata anche l'ultima. Odiava il fumo. Una sera, a tavola, mi ha guardato e mi ha detto che gli mancava l'aria. Un mese dopo è arrivata la diagnosi: mesotelioma. Aspettativa di vita: tra i sette mesi e l'anno. Era l'autunno del 2003. All'uscita dall'ospedale sono scoppiata a piangere. Mi ha abbracciato. Non piangere, non serve a niente, in fondo sapevamo che prima o poi sarebbe toccato anche a me. Lo sapeva perché erano già morti due ex-compagni di lavoro. Carlo aveva lavorato tre anni in quello stabilimento. L'hanno chiuso nel 1986, ma è dagli anni sessanta che sapevano che la polvere d'amianto è cancerogena. Hanno continuato a produrre per vent'anni, fregandosene della salute degli operai. Prima il denaro, poi la vita delle persone. Quel giorno Carlo non disse altro. Non disse nulla per una settimana. Sette giorni senza proferire parola. Pensavo che sarei impazzita. Poi il silenzio è finito ed è iniziata l'agonia. Se n'è andato a maggio del 2004, aveva appena compiuto trentanove anni. Sapevo da mesi che sarebbe giunto quel giorno, eppure quando sono tornata a casa dal cimitero mi è sembrato che il mondo mi crollasse addosso. Luca aveva quattro anni. La pediatra mi aveva suggerito di dirgli che suo padre si era trasformato in una stella e lo guardava ogni notte dal cielo. Non so se mi ha mai creduto, io ho sempre avuto la sensazione di prenderlo in giro, ma lui non me l'ha mai rimproverato, nemmeno quando è cresciuto e ha scoperto che i morti non vanno in cielo, ma finiscono sottoterra. Carlo non si era mai occupato molto di suo figlio. Tornava dal lavoro stravolto, sfogliava il giornale, i titoli più che altro. Credo non abbia mai letto un articolo intero in vita sua. Raramente si intratteneva con Luca e giocavano un po' insieme. Eppure Luca, quando suo padre era al lavoro, mi chiedeva in continuazione quando sarebbe tornato. A dicembre di quell'anno gli ho domandato cosa voleva che gli portasse Babbo Natale. Mi ha guardato serio. Vorrei poter parlare con papà. Con Carlo stavamo cercando di avere un secondo figlio. Dopo la sua morte mi sono detta più volte che era stata una fortuna non essere rimasta incinta. Mi sono sempre sentita in colpa perché Luca, con un fratello, si sarebbe sentito meno solo, ma con due figli non ce l'avrei fatta. Gli anni senza Carlo sono stati anni difficili. Sempre a fare i conti per vedere come arrivare a fine mese. È con la morte di Carlo che è iniziata l'inchiesta. Fino alla fine non si può dire, mi ha detto il pubblico ministero, ma ci sono i presupposti per un'accusa per disastro ambientale, chiederemo anche un risarcimento per le famiglie delle vittime. All'epoca non avevo idea che fossero oltre duemila. Nel 2009, quando è iniziato il processo, ero convinta che avremmo vinto. Non saprei dire il perché di quell'ottimismo. Forse perché lo avevo promesso a Luca. Mia madre mi aveva criticato per averlo portato alla prima udienza. In quell'aula si decide anche del suo futuro, le ho detto mettendo fine alla discussione. La storia poi la sapete. La condanna di Schmidheiny in primo grado e in appello, poi la Cassazione che cancella tutto. Il giudice ha detto che tra giustizia e diritto si deve sempre e comunque scegliere il diritto. Io non sono un'esperta in legge, ma so che in altri paesi europei la prescrizione non sarebbe stata possibile. E so anche che prescrizione non significa assoluzione, come ha dichiarato sorridente il signor Schmidheiny. Penso che se il diritto non coincide con la giustizia, allora c'è qualcosa che non va e il diritto andrebbe cambiato. E poi ci sono i soldi. C'è chi si vergogna a dire che sperava in una vittoria al processo per ottenere il risarcimento. Io invece non ho alcun problema ad ammetterlo. Certo, non solo per i soldi, ma anche per quelli. Trentamila euro non valgono la vita di Carlo, però mi avrebbero fatto comodo. L'anno scorso mi hanno licenziata e sono stata cinque mesi senza lavorare. Luca gioca a pallamano. È bravo, ma non so ancora se a settembre riuscirò a pagargli l'iscrizione. Ha quattordici anni, una vita davanti, e io mi sento male a impedirgli di fare ciò che gli piace. Vorrei che studiasse, che potesse sapere per poter essere libero di scegliere. E non essere costretto ad accettare un lavoro pericoloso, come quello di Carlo. Ogni sera, prima di addormentarmi, il mio ultimo pensiero è per mio figlio. Se suo padre fosse ancora vivo sarebbe tutto più semplice, oltre che più bello.

lunedì 1 dicembre 2014

Quanti anni ancora avvolti nelle tenebre?

Non molti sanno che tra Bruxelles e Washington si sta discutendo di un nuovo accordo commerciale tra Europa e Stati Uniti (TTIP, Trattato di Partenariato Transatlantico su commercio e Investimenti).
I nostri governanti non sanno, o fanno finta di non sapere, che questo accordo, tra le altre cose, indurrà molte aziende europee a spostare la produzione negli Stati Uniti, dove la manodopera costa meno, per poi cercare di rivendere i beni nel vecchio continente a persone che non potranno comprarli perché nel frattempo avranno perso il lavoro.
Ogni anno negli Stati Uniti 48 milioni di persone (una ogni sei!) si ammalano per intossicazioni alimentari, di questi circa 3000 muoiono. In Europa (200 milioni in più di cittadini rispetto agli Stati Uniti), grazie a una legislazione molto più rigorosa in ambito di sicurezza alimentare, i morti nel 2012 sono stati 41. Ai nostri governanti pare non importare se tale accordo porterà, tra le altre cose, cibo a basso costo e di scarsa qualità sugli scaffali dei nostri supermercati. E nemmeno importa loro che l'apertura indiscriminata al cibo d'oltreoceano causerà il fallimento di numerose aziende agricole di piccole e medie dimensioni, impossibilitate a fronteggiare i bassi costi di produzione dei giganti agroalimentari americani.
Sono i perversi meccanismi del capitalismo, da sempre al servizio del profitto di pochi, incurante della miseria dei più.

Scriveva Dostoevskij nel 1880: 

"Sta diventando generale, ai nostri tempi, una grottesca incapacità dell'intelletto umano a intendere che la vera garanzia della propria persona non si raccomanda già agli sforzi dell'individuo isolato, ma all'universale comunanza umana. Ma non potrà a meno di avvenire che scoccherà il termine anche a questo tremendo isolamento, e tutti comprenderanno una buona volta quanto contrario alla natura sia stato il loro separarsi l'uno dall'altro. Tale sarà il movimento dei nuovi tempi, e ci si stupirà che tanto a lungo si sia potuti rimaner nelle tenebre, senza vedere la luce"

Sono trascorsi 134 anni e siamo ancora al buio.

giovedì 23 ottobre 2014

Romeo

Te ne sei andato troppo presto, senza preavviso.
Avrei voluto dirti ancora un sacco di cose. Avrei voluto sentire ciò che mi avresti detto, sicuro che sarebbe stato qualcosa di intelligente che valeva la pena ascoltare. Avrei voluto farti vedere come sono cresciuti i miei figli. Avrei voluto ridere e scherzare. Avrei voluto cogliere, almeno una volta ancora, il tuo saper vivere con leggerezza, quella che "non è superficialità ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore".
E tutto ora mi sembra ingiusto, come quando se n'erano andati Angela e Matteo. So che passerà, che resterai un bel ricordo, che riuscirò a ripensare a te con un sorriso, senza questa tristezza che mi stritola e non mi dà tregua.
Tempo, mi ripeto, ci vuole tempo.
È in momenti come questo che guardo con invidia a chi può affidarsi alla fede per riuscire ad affrontare il vuoto che la morte di un amico lascia dietro di sé, a chi può afferrarsi all'idea che un domani ci si possa rincontrare per poter più in fretta vincere il dolore. Eppure, sono proprio questi momenti ad allontanarmi maggiormente da Dio, perché se è vero che in fondo potrei anche non rifiutare la sua esistenza, pur non essendo in grado né di provarla né di negarla, "è il mondo da lui creato che io non accetto e non posso piegarmi ad accettare".

mercoledì 1 ottobre 2014

L'identità rubata

Gabriel aveva riflettuto a lungo prima di prendere quella decisione. Una decisione che avrebbe potuto rimettere in gioco tutto, stravolgere la sua vita. Si ricordava il momento esatto in cui si era posto quella domanda scomoda, che tante altre volte gli era balenata per la testa, ma di cui mai aveva voluto veramente conoscere la risposta. Era accaduto cinque mesi prima, il giorno del suo trentaseiesimo compleanno. C'erano tutti i suoi amici più cari, quella sera. Mauro, Pepe, Eduardo, Anita, Lola. E poi lei, Evita, con il suo solito sorriso contagioso, quel sorriso con cui lo svegliava ogni mattina da quando, tre anni prima, erano andati a vivere sotto lo stesso tetto. Gabriel aveva soffiato sulle candeline con la sensazione di sempre, che un altro anno era trascorso e nella sua vita nulla sarebbe cambiato. Una stabilità che lo rassicurava, che lo rendeva felice. Più tardi invece, quando il mate passava di mano in mano, infido si era fatto strada nella mente il pensiero che fosse giunto il momento di trovare la risposta a quella domanda, il momento di rischiare.
Già qualche anno prima c'era stata quella richiesta, una foto della mamma incinta impossibile da trovare, e la fastidiosa sensazione di aver creato un profondo imbarazzo. Possibile che i suoi non se l'aspettassero? In fondo era scontato che quelli della sua generazione, nati nella seconda metà degli anni '70, prima o poi chiedessero informazioni sulle proprie origini. Nonostante la foto non fosse mai saltata fuori, all'epoca Gabriel non aveva permesso che il dubbio incrinasse l'equilibrio della sua esistenza. Intimamente era convinto che i suoi "veri" genitori fossero coloro che lo avevano cresciuto, che gli avevano voluto bene, che lo avevano fatto studiare, che lo avevano aiutato a diventare uomo. E pazienza se non assomigliava né a mamma né a papà.
Quel non porsi domande, quel guardare avanti invece che indietro, quel sentirsi protetto nella stabilità del presente, avevano resistito fino al giorno del suo trentaseiesimo compleanno. Nei giorni e nelle settimane a venire aveva lasciato che il dubbio iniziasse a circolare libero e si impossessasse poco a poco dei suoi pensieri, senza opporvi resistenza. Immagini viste in film e lette nei libri non gli avevano dato tregua. Teste infilate in secchi pieni di orina, unghie strappate con le pinze, scariche elettriche su capezzoli e genitali, uomini e donne gettati vivi dagli aerei nel Rio de la Plata. Per la prima volta aveva provato il desiderio, violento e irrefrenabile, di sapere se fosse o meno un figlio di desaparecidos.
Ci erano voluti cinque mesi per trovare la forza di presentarsi in ospedale per il test del DNA, mesi durante i quali aveva più volte cercato di convincere se stesso che se avesse scoperto di essere stato adottato, l'amore che provava per i suoi genitori non sarebbe stato intaccato e la sua vita avrebbe potuto continuare uguale. Più il tempo passava, però, più faceva fatica a crederlo. 
Le porte a vetri si spalancarono e Gabriel si avviò con passo deciso verso la reception. Varcata la soglia, si sentì all'improvviso leggero. Ora, finalmente, avrebbe saputo la verità e, qualunque fosse stata, si sarebbe tolto quel macigno che da qualche mese si portava appresso.

Dedicato a Ignacio Hurban (Guido), figlio di Walmir Oscar Montoya (ucciso nel 1977) e Laura Carlotto (uccisa nel 1978), nipote di Estela Carlotto (presidente dell'associazione "Abuelas de Plaza de Mayo"), che sottoponendosi volontariamente alla prova del DNA ha scoperto lo scorso agosto la sua vera identità. Fino ad oggi, grazie al lavoro dell'associazione, sono stati ritrovati 114 bambini sottratti dopo la nascita ai loro genitori nei campi di prigionia e tortura durante la dittatura militare in Argentina (1976-1983).

"La peor de las verdades siempre es infinitamente mejor que la más dulce de las mentiras"
Ignacio Guido Montoya Carlotto

martedì 16 settembre 2014

Un bacio appassionato

Tra le varie immagini che mi porterò via da Leuven, piccola perla fiamminga, ve n'è una che mi è particolarmente cara. Il caso vuole che sia quella con cui la città mi ha accolto.
Scendo dal treno, percorro a passo rapido il marciapiede (sono in ritardo) ed esco sulla piazza antistante la stazione. Un ragazzo in giacca e cravatta, con un trolley accanto, è in piedi di fronte a un altro ragazzo che indossa un paio di jeans e una sgargiante camicia rossa. Avranno entrambi una trentina d'anni. Sullo sfondo, splendidi palazzi gotici abbracciano la piazza. I due ragazzi si fissano un istante, poi si avvicinano e si scambiano un bacio appassionato. Sorrido, piacevolmente sopreso, e inspiro profondamente per riempire i polmoni di quest'atmosfera salubre e leggera.
Sospiro. Penso a quanti anni ancora dovranno trascorrere nella bigotta Italia per non soprendersi più di fronte a un bacio di arrivederci tra due ragazzi. Un gesto così semplice e bello, così assolutamente normale.

giovedì 31 luglio 2014

Gaza

Si può restare indifferenti di fronte allo sterminio di Gaza? No, non si può. Di fronte alle centinaia di vittime innocenti non si può non provare orrore. Se ancora è rimasta in noi una goccia di umanità, non possiamo fare a meno di indignarci. E poi? Poi tutto continua esattamente uguale, la nostra vita qui, la loro vita laggiù.
Diceva bene Enrico a Guido ne Il baco e la farfalla: "Chi sta fuori non si rende conto. Il ritmo della loro vita è scandito dai loro problemi, non dai nostri. Il lavoro, la famiglia e tutto il resto. Un ritmo frenetico, una corsa affannosa senza un attimo di respiro". Enrico faceva riferimento al carcere, ma il discorso si può fare pari pari per chi sta "fuori dal conflitto arabo-israeliano".
C'è il lavoro, c'è da fare la spesa, c'è il bambino da andare a prendere a scuola, c'è la meta delle vacanze da decidere. E l'indignazione si dissolve presto nell'indifferenza. Siamo indifferenti perché impotenti o siamo impotenti perché indifferenti? Se cadesse una bomba sui nostri figli mentre sono sullo scivolo al parco giochi, forse riusciremmo a vedere la tragedia di Gaza in maniera meno distaccata. Forse sarebbe più chiaro a tutti, anche a chi considera legittime le bombe israeliane, che la violenza di una parte dei palestinesi altro non è che la risposta a una violenza infinitamente più grande che ha origini lontane nel tempo. In fondo Israele ha sempre messo in pratica ciò che Ben Gurion, il padre di quello Stato, lasciò scritto nei suoi diari una settantina di anni fa (ben prima dell'OLP, di Hamas e dei primi razzi palestinesi): “Dobbiamo usare il terrore, l’assassinio, l’intimidazione, la confisca delle loro terre, per ripulire la Galilea dalla sua popolazione araba... c’è bisogno di una reazione brutale. Se accusiamo una famiglia, dobbiamo straziarli senza pietà, donne e bambini inclusi. Durante l’operazione non c’è bisogno di distinguere fra colpevoli e innocenti”.
Qualunque soluzione diplomatica non può prescindere dal riconoscere che nel conflitto esiste un aggressore (lo Stato di Israele) e delle vittime (il popolo palestinese).
C'è un bel film francese del 2012 diretto da Lorrain LévyIl figlio dell'altra (Le fils de l'autre), in cui due bambini, uno palestinese e uno israeliano, vengono scambiati per errore appena nati. Quando a diciott'anni vengono messi al corrente delle loro vere origini, i due ragazzi sono dapprima sconvolti dalla scoperta, ma col passare del tempo manifestano una certa curiosità nei confronti della vita dell'altro, la vita che avrebbero vissuto se non ci fosse stato lo scambio. Una curiosità che li porterà a frequentarsi e a diventare amici. Il film ci dice, se mai ce ne fosse bisogno, che non c'è nulla di genetico nell'odio che i palestinesi provano nei confronti degli israeliani e viceversa. Vero è che l'odio che è stato seminato è talmente tanto che pur nell'ipotesi (remota, allo stato attuale delle cose) di una soluzione del conflitto, sarebbero necessarie varie generazioni per rendere possibile una convivenza pacifica tra i due popoli. A meno di uno scambio di neonati dalle proporzioni straordinarie. Forse in quel caso sarebbero sufficienti diciotto anni, anno più, anno meno.

martedì 15 luglio 2014

Il baco e la farfalla arriva in Germania!


La Società Dante Alighieri-Comitato di Stoccarda organizza la presentazione del romanzo "Il baco e la farfalla".
Venerdì 25 luglio, alle ore 19.00, presso l'Accademia delle Belle Arti di Stoccarda in Charlottenstraße 5.

Amici stoccardesi, vi aspetto numerosi! 

***
Literatur / Literatur, Philosophie und Geschichte / Lesung

 
Buchvorstellung in Italienisch mit dem Autor Diego Repetto, basierend auf dem Leben von Guido Tommasi.

"Il baco e la farfalla" (Die Raupe und der Schmetterling"), 2011 in Italien von Press Edizioni herausgegeben, ist der erste Roman von Diego Repetto, junge Wissenschaftler aus Genua mit großer Leidenschaft für die Literatur.

Das Buch basiert auf eine wahre Geschichte, denn Guido Tommasi - in dem Roman unter falschem Namen - ist ein Verwandte des Autors.


Moderation: Patrizia Caracciolo
Fri, 25.07.2014, 19:00 Uhr
Academie der schönsten Künste
Charlottenstraße 5
70182 Stuttgart
S-Mitte
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venerdì 11 luglio 2014

Prendere l'autobus è da sfigati!

"Prendere l'autobus è da sfigati!" si è sfogata Chiara con un sms dopo l'ennesiva disavventura.
A Genova la qualità del servizio mette a dura prova chi decide di rinunciare alla macchina. L'amministrazione comunale, invece che premiare questa scelta virtuosa, fa di tutto per mettere i bastoni tra le ruote. Autobus fatiscenti che ti lasciano a piedi sul più bello, cancellazione di alcune linee e diminuzione della frequenza su altre, la maggior parte dei mezzi non attrezzati per gli invalidi o per il trasporto di passeggini (è vietato salire a bordo con un passeggino aperto).
Secondo un'inchiesta de Il Sole 24 ore, il trasporto pubblico in Italia è tra i peggiori d'Europa, segno che Genova non rappresenta purtroppo un caso isolato.
In una società civile e moderna, il trasporto pubblico dovrebbe essere comodo, economico, pulito, puntuale, frequente, ecologico.... e avere un certo sex appeal. Ebbene sì, prendere l'autobus dovrebbe essere trendy. Sull'autobus bisognerebbe poter incontrare non solo gli "sfigati", ma anche il primario, il professore universitario, l'avvocato, il politico.
Andrebbero costruiti parcheggi nelle periferie delle città e linee di trasporto pubblico veloci verso il centro per poter chiudere al traffico privato i centri urbani.
Esempi virtuosi si sprecano, gli amministratori non dovrebbero nemmeno spremersi troppo le meningi alla ricerca di soluzioni, basterebbe guardarsi un po' intorno.
A Zurigo l'abbonamento ai mezzi pubblici è gratuito se i figli frequentano una scuola a più di 1,5 km da casa (così non si prende l'auto per accompagnarli).
Il Vauban di Friburgo (3 km dal centro, 6.000 abitanti) è l'insediamento car-free più grande d'Europa.
Esempi simili esistono a Edimburgo, Londra, Malmö. 
A Vienna esiste un intero quartiere(Autofrei Siedlung) in cui al momento della firma del contratto della casa ci si impegna a non possedere una macchina.
Un discorso a parte merita Curitiba. Il trasporto pubblico di questa città brasiliana di 2.500.000 abitanti insegna come sia possibile un sistema efficiente basato sulle comuni tecnologie di trasporto esistenti. Autobus lunghi con ampie porte, stazioni coperte e sopraelevate per evitare i gradini e velocizzare la salita e la discesa dal mezzo. Corsie preferenziali, autobus che regolano i semafori in modo da avere la precedenza e, di conseguenza, una velocità media di spostamento paragonabile a quella di una metropolitana (con un costo di realizzazione di molto inferiore). A Curitiba, il 79% dei pendolari si sposta in autobus e il 90% si dichiara soddisfatto del servizio. Un servizio che non pesa sulla cittadinanza perché si ripaga interamente con il costo del biglietto.
Investire in trasporto pubblico significa rendere le città più vivibili, risparmiare in salute e assistenza sanitaria (meno malati, meno incidenti), significa aumentare il benessere e la felicità dei cittadini.