"Tutto cambia al di là di queste mura.
Qui invece tutto resta uguale, cristallizzato. Siamo un baco che mai si trasformerà in farfalla"

venerdì 10 aprile 2015

Se non è tortura questa

Stanno entrando! Qualcuno urla. Chi? I black bloc. Chiudete il portone! Non capisco. Che ore sono? Da quanto tempo stavo dormendo? Il portone cede, entrano. Alcuni ragazzi scappano calpestando i molti che sono ancora dentro ai sacchi a pelo. Hanno acceso la luce. Spegnete la luce! Non sono black bloc, sono poliziotti. Ma cosa fanno? Li stanno picchiando. Siamo disarmati! Quel ragazzo ha alzato le mani e il manganello gli è passato esattamente tra le braccia, fracassandogli la testa. Dovrei scappare, ma sono paralizzato dal terrore. Ai piani alti, devo andare a nascondermi ai piani alti. Provo a sollevarmi sulle gambe. Non mi reggono. Sono a dieci metri da me. Ora si stanno accanendo su una coppia di ragazzi che per proteggersi si sono abbracciati stretti l'uno all'altro. Li colpiscono con calci nella schiena. La testa, urlo, proteggetevi la testa con le braccia! Urla di dolore. Pianti. Perché?!?!, urla qualcuno. La risposta è un colpo sordo di manganello. Indossano i caschi, non si vedono nemmeno i loro volti, sembrano robot impazziti. Picchiano senza freni con inaudita violenza. Stanno massacrando il mio vicino, il prossimo sono io. Mi rannicchio in posizione fetale, le mani e le braccia a protezione della testa. Ecco, tocca e me. Un calcio nella schiena. Una manganellata sul braccio. Poi un'altra. E un'altra ancora. Basta! Fermatevi! Un altro colpo, sulle costole. Una fitta acuta, sento che hanno ceduto. Questi mi ammazzano. Mi fa male il braccio, deve essersi rotto anche quello. Altri calci, altri colpi di manganello. Se non smettono, muoio. Non riesco a urlare. Non riesco più a respirare. Poi il buio. Quando riprendo conoscenza, ho il cielo scuro davanti ai miei occhi. Sono sdraiato su una barella, in attesa che mi portino via. Ho male ovunque. Sono vivo. Piango. Le lacrime si mescolano al sangue e scivolano appiccicose sul collo.

La Corte di Strasburgo ha sottolineato che di fronte al semplice sospetto di gravi abusi commessi da appartenenti alle forze dell'ordine, la Convenzione dei Diritti dell'uomo prevede l'allontanamento degli stessi dalle posizioni che occupano già nella fase d'indagine.
Invece per la Diaz è accaduto l'esatto contrario, molti di loro sono stati promossi questori, capi di dipartimento, prefetti, e da indagati e condannati hanno raggiunto livelli apicali. Quelli che hanno dovuto lasciare la divisa sono quasi tutti "caduti in piedi" e gli altri rappresentano ancora lo Stato nelle strade e nelle piazze d'Italia. E sono sempre stati difesi dal Corpo a cui appartenevano e dai vari governi che negli anni si sono succeduti. A quanto pare, viste le dichiarazioni di Renzi, si continuerà su questa linea.

mercoledì 18 marzo 2015

La famiglia "bio"

Sono rimasto sorpreso dalla polemica scatenata dalla dichiarazione di due noti stilisti in difesa della famiglia tradizionale, dove per tradizionale si intende una madre, un padre e dei figli generati attraverso un rapporto sessuale.
L'affermazione per cui i genitori migliori sarebbero quelli biologici è talmente sciocca che sarebbe stato meglio ignorarla. Basterebbe avere una moglie insegnante che un giorno sì e uno no ti racconta le tristi storie famigliari dei suoi studenti e dei loro genitori "bio" per convincersi del contrario.
"Ma come, già mi costa un sacco di soldi mantenerla, che non mi si chieda anche di prendermi cura di lei"
"Mia madre quando provo a parlare a tavola mi dice di stare zitta perché se no non sente la televisione"
"Mi spiace prof, non sono riuscita a leggere ad alta voce una storia con mia madre perché mi ha detto che leggo così male che si annoia"
"Anche questo fine settimana resterò qui in istituto perché né mia madre né mio padre hanno tempo e voglia di stare insieme a me"
Chi desidera adottare un bambino deve sottoporsi a vari colloqui. Bisognerebbe fare un bel test psicologico anche a coloro che possono procreare in cinque minuti di "amore".
Perché da quei cinque minuti nasce un essere umano che non ha chiesto di venire al mondo. La responsabilità e la volontà sono di altri... e un figlio è per sempre, non esiste la formula "da rispedire al mittente se ci si accorge che non si era ponderata a sufficienza la decisione di non mettersi il preservativo".
Un figlio non ha bisogno di condividere il dna con chi si prende cura di lui. Un figlio ha bisogno di affetto, di comprensione, di accettazione. Ha il diritto di crescere in un ambiente sereno. Ha bisogno di figure di riferimento adulte, altrimenti si corre il rischio che le figure di riferimento diventino i suoi coetanei, i suoi compagni di scuola, con conseguenze esiziali per la sua crescita.
E non importa se queste figure sono i genitori "bio". L'importante è che ci siano, siano presenti, che il figlio sia in grado di riconoscerle.
Conosco figli adottati da splendidi genitori che stanno mille volte meglio rispetto a loro coetanei con mamma e papà "bio".
Già, la famiglia "bio" potrebbe rappresentare la perfetta eccezione alla regola per cui il "biologico" fa meglio alla salute (in questo caso si tratta di salute psicologica).
Quando 15 anni fa andai a Cuba, rimasi piacevolmente sorpreso dalla famiglia "allargata", così diffusa nell'isola caraibica. Porte delle case aperte, socialità da cortile o marciapiede, nonni, zii, fratelli, vicini, perfino ex mariti ed ex mogli che condividono spazi comuni... e bambini e ragazzi che giocano a baseball per strada, che muovono i fianchi a ritmo di salsa, che irradiano allegria a 360 gradi con un perenne sorriso appiccicato al viso.
Credetemi, l'asserzione che la famiglia ideale per un bambino sia quella composta da madre e padre biologici è quanto di più stupido mi sia capitato di sentire ultimamente.

mercoledì 18 febbraio 2015

Sbilanciamoci!

Mi sono sempre considerato un ottimista. Invece, da un po' di tempo, non riesco a celare un profondo pessimismo per la situazione sociale ed economica del paese in cui vivo. In fondo posso permettermelo. Non sono Renzi, che per il ruolo che ricopre è obbligato a dire a tutti con il sorriso sulle labbra che le cose andranno meglio e a spacciare ottimismo ai quattro venti, manco la gente potesse nutrirsi di quello o pagarci l'affitto. Dando per scontato che non sia né disonesto né stupido, credo che in realtà sappia anche lui che non sarà così (le cose, cioè, andranno peggio). Eppure dovrebbe sentire il peso della responsabilità, provare almeno un piccolo rimorso per quello che potrebbe fare e invece non fa. Perché manca la volontà per fare andare meglio le cose, non le risorse come da piú parti ci viene ripetuto.

Un recente rapporto dell'ong Oxfam ci conferma ciò che purtroppo già sapevamo. La ricchezza esiste, ma si concentra nelle mani di pochi. Entro il 2016 l’1% della popolazione mondiale avrà più del 50% delle ricchezze, ovvero più del restante 99% della popolazione. Non solo: la ricchezza dei primi 80 multimiliardari è raddoppiata tra il 2009 e il 2014: oggi equivale a quella detenuta da 3,5 miliardi di persone, tutte insieme. 
L'austerità è la causa, non la soluzione del problema. Lo afferma perfino il Fondo Monetario Internazionale (e se lo dicono loro c'è da crederci!) che le manovre adottate finora in nome dell'austerità hanno contribuito ad aumentare le disuguaglianze sociali. I soldi ci sono, bisogna solo decidere come spenderli.

La campagna Sbilanciamoci pubblica ogni anno una contromanovra in cui illustra, dati alla mano, come potrebbero essere spese le risorse a disposizione del governo italiano per aumentare il benessere della società. Un fisco più equo, tagli alla spesa pubblica tossica (spese militari, sostegno all'istruzione-ricerca-sanità private, grandi opere), intervento pubblico in economia. La buona spesa pubblica è quella che investe nell’edilizia popolare pubblica (anziché svenderla), nella tutela dei beni comuni (e non nella loro privatizzazione), in un piano energetico lungimirante, nella preservazione del nostro patrimonio naturale, nell'economia solidale, nella tutela del patrimonio culturale (in Italia in questo settore sono impiegate meno persone che in Germania, Francia, Spagna e Inghilterra).
Non sono proposte utopistiche, sono tutte documentate in modo da ottenere una manovra da 27 miliardi a saldo zero (differenza tra tagli e spese).
 
Alcuni esempi su come recuperare risorse...

Tassazione aggiuntiva sui capitali già scudati (5 miliardi), revoca del condono sui concessionari di videogiochi (2,1 miliardi), rafforzamento della tassa sulle transazioni finanziarie (0,8 miliardi), tassazione degli immobili tenuti vuoti (400 milioni), misure di contrasto al canone nero e irregolare (250 milioni), tassazione dei profitti del settore del lusso (200 milioni) e nocivi, come l’emissione di Co2 delle auto (500 milioni), adeguamento dei canoni di concessione per le attività estrattive (205 milioni) e delle acque minerali (250 milioni), misure fiscali penalizzanti per il rilascio del porto di armi (170 milioni). Cancellare gli stanziamenti previsti dalla legge di stabilità 2015 per le scuole private (471,9 milioni... e c'è ancora qualcuno che pensa che Renzi sia di sinistra) e sostituire con insegnamenti alternativi l’ora di religione nelle scuole il cui costo è stimato in 1,5 miliardi di euro. Rinuncia al programma di acquisto degli F-35 (500 milioni) e della seconda serie di sommergibili U-212 (210 milioni) e il ritiro da tutte le missioni a chiara valenza aggressiva (600 milioni).

E ora veniamo alle spese...

4 miliardi si potrebbero destinare ad un piano di investimenti pubblici per creare occupazione nel settore dei trasporti ferroviari locali, stabilizzare il personale paramedico precario, assumere figure professionali stabili per combattere gli abbandoni scolastici e mettere in sicurezza il nostro territorio. Nuovi posti di lavoro per contrastare il fenomeno del "capitale umano dissipato" tristemente descritto dal Censis nel rapporto di fine 2014. 
Con altri 4 miliardi sarebbe possibile garantire 500 euro al mese individuali a circa 764 mila persone che si trovano in condizioni di povertà assoluta.
900 milioni sarebbero invece destinati a finanziare la ricerca di base e applicata.
Per migliorare il sistema di istruzione pubblico si propone, tra le altre cose, di varare una piano ventennale per l’edilizia scolastica (1 miliardo per il 2015), di garantire il diritto allo studio (300 milioni), di promuovere progetti che favoriscano l’alternanza scuola-lavoro (200 milioni).
Si propone di investire di più nel recupero di immobili di proprietà pubblica per uso abitativo (1 miliardo) e nel sostegno sociale all'affitto (300 milioni).
Non c’è futuro senza salvaguardia dell’ambiente. Per attuare una strategia per l’adattamento ai cambiamenti climatici e alla manutenzione del territorio servirebbero investimenti per 2 miliardi di euro per i prossimi 20 anni. Recuperando le risorse dal taglio delle grandi opere e dalla tassazione delle attività che danneggiano l’ambiente, si chiede che nella Legge di Stabilità 2015 siano stanziati a questo scopo almeno 500 milioni di euro.
Si potrebbe inoltre costituire un fondo di rotazione per le demolizioni delle opere abusive (150 milioni), varare un piano nazionale per la mobilità sostenibile (1 miliardo), promuovere l’installazione di impianti fotovoltaici con accumulo (200 milioni), tutelare le aree protette (30 milioni), istituire un assegno di maternità universale (900 milioni), finanziare nuovi centri antiviolenza (50 milioni), ampliare gli interventi di inclusione sociale e lavorativa dei cittadini stranieri (60,9 milioni), abolire la tassa di soggiorno (26 milioni), rafforzare il sistema nazionale di lotta contro le discriminazioni e il razzismo (30 milioni).
Poche risorse infine basterebbero per sostenere l'Altreconomia, che già esiste, per varare un progetto pilota di ricognizione delle aree dismesse per utilizzarle a fini sociali (1 milione), per sostenere una rete nazionale di mercati e fiere eco&eque (10 milioni), per la realizzazione di dieci progetti pilota per promuovere la piccola distribuzione organizzata (10 milioni).

Che dire... se tutte queste proposte (e altre che non ho menzionato) fossero recepite e attuate, vivremmo senza dubbio in un paese più giusto, più bello, più sostenibile. E forse tornerebbe anche un po' di ottimismo per il futuro.

lunedì 26 gennaio 2015

La parola contraria

A Luca i treni sono sempre piaciuti. Fin da bambino, quando chiedeva a sua madre di portarlo alla stazione di Chiomonte per vederli sfrecciare rumorosi sui binari, con lo spostamento d'aria che gli faceva strizzare lievemente gli occhi. Non erano molti, bisognava sapere l'orario, altrimenti si doveva attendere anche un'ora prima di scorgerne uno in lontananza. Luca aveva 6 anni quando suo padre gli parlò per la prima volta del buco nella montagna. Era un caldo pomeriggio autunnale e i pendii erano ricoperti da un variopinto mosaico dalle sfumature rossastre. "Laggiù un giorno faranno una galleria per i treni lunga quasi 60 km". Luca aveva seguito il braccio teso del padre che indicava un punto indefinito al di là della valle. "E qui di treni ne passeranno sempre meno". Quel giorno Luca ritornò a casa con l'immagine del buco che gli frullava in testa. Avrebbe inghiottito tutti i treni, pensava con tristezza. Ancora non sapeva che il progetto di quel foro sarebbe diventato negli anni a venire il principale argomento di discussione delle cene famigliari. Luca e il progetto crebbero insieme, e insieme cambiarono con gli anni. Oggi Luca ha quasi trent'anni, ma il buco non c'è ancora. E ormai sono molti a pensare che mai ci sarà. Perché quella montagna è piena di amianto e uranio e perforarla è una follia, perché il traffico di merci lungo quella linea negli ultimi quindici anni è costantemente diminuito, perché la linea attuale sarebbe comunque in grado di assorbirne 5 volte tanto, perché i 24 miliardi di euro che andrebbero spesi per realizzare il progetto non sono giustificati dai benefici che ne deriverebbero (per la società, si intende, non per chi pensa di lucrarci sopra). Perché, pensa Luca oggi, quei soldi sarebbe meglio spenderli per sanità, istruzione, ricerca, asili nido e pensioni. Luca, con gli anni, ha imparato tante cose. Era ancora un adolescente quando suo padre è tornato a casa con un taglio profondo sulla fronte, a dimostrazione che anche chi manifesta il proprio dissenso in modo pacifico può prendersi una manganellata in testa. Era già un uomo quando circa un anno fa uno scrittore è stato denunciato per essersi espresso contro il progetto, a dimostrazione che la libertà di parola è un diritto sancito dalla Costituzione purché non si tratti di parola contraria.
Luca oggi aspetta un figlio. L'altra sera, appoggiando una mano sulla pancia della sua compagna, gli ha promesso due cose: che lotterà perché possa crescere in una valle non inquinata e che lo porterà alla stazione tutte le volte che vorrà per vedere passare i treni.

Il 10 settembre 2013 la società costruttrice francese LTF denunciò lo scrittore Erri De Luca per istigazione al sabotaggio della TAV in Val di Susa. Il rinvio a giudizio è stato fissato per il 28 gennaio 2015. Dopodomani, in un'aula del tribunale di Torino, il processo non riguarderà una singola persona. In gioco c'è molto di più. C'è l'articolo 21 della Costituzione e il diritto di poter liberamente manifestare la propria opinione.

"Istigare un sentimento di giustizia, che già esiste ma non ha ancora trovato le parole per dirlo e dunque riconoscerlo...
Di fronte a questa istigazione alla quale aspiro, quella di cui sono incriminato è niente"
"Uno scrittore ha in sorte una piccola voce pubblica... suo ambito è la parola, allora gli spetta il compito di proteggere il diritto di tutti a esprimere la propria"
Erri De Luca (La parola contraria)

lunedì 15 dicembre 2014

Eternit

"anche se voi vi credete assolti  siete lo stesso coinvolti"
Fabrizio De André (Canzone del Maggio) 

Ha iniziato a non andare più a correre. Non riuscivo a crederci. Erano anni che andava regolarmente due mattine a settimana, quando aveva il turno in fabbrica al pomeriggio. Anche in inverno, con il freddo, la nebbia, persino con la neve. Dopo dieci minuti mi fa male ovunque, si è lamentato un giorno, mi manca la forza per proseguire. Poi è iniziata la tosse. Ricordo le notti insonni, un incubo. Quando il medico gli ha chiesto se fumava si è messo a ridere. La prima sigaretta che aveva fumato all'età di quindici anni era stata anche l'ultima. Odiava il fumo. Una sera, a tavola, mi ha guardato e mi ha detto che gli mancava l'aria. Un mese dopo è arrivata la diagnosi: mesotelioma. Aspettativa di vita: tra i sette mesi e l'anno. Era l'autunno del 2003. All'uscita dall'ospedale sono scoppiata a piangere. Mi ha abbracciato. Non piangere, non serve a niente, in fondo sapevamo che prima o poi sarebbe toccato anche a me. Lo sapeva perché erano già morti due ex-compagni di lavoro. Carlo aveva lavorato tre anni in quello stabilimento. L'hanno chiuso nel 1986, ma è dagli anni sessanta che sapevano che la polvere d'amianto è cancerogena. Hanno continuato a produrre per vent'anni, fregandosene della salute degli operai. Prima il denaro, poi la vita delle persone. Quel giorno Carlo non disse altro. Non disse nulla per una settimana. Sette giorni senza proferire parola. Pensavo che sarei impazzita. Poi il silenzio è finito ed è iniziata l'agonia. Se n'è andato a maggio del 2004, aveva appena compiuto trentanove anni. Sapevo da mesi che sarebbe giunto quel giorno, eppure quando sono tornata a casa dal cimitero mi è sembrato che il mondo mi crollasse addosso. Luca aveva quattro anni. La pediatra mi aveva suggerito di dirgli che suo padre si era trasformato in una stella e lo guardava ogni notte dal cielo. Non so se mi ha mai creduto, io ho sempre avuto la sensazione di prenderlo in giro, ma lui non me l'ha mai rimproverato, nemmeno quando è cresciuto e ha scoperto che i morti non vanno in cielo, ma finiscono sottoterra. Carlo non si era mai occupato molto di suo figlio. Tornava dal lavoro stravolto, sfogliava il giornale, i titoli più che altro. Credo non abbia mai letto un articolo intero in vita sua. Raramente si intratteneva con Luca e giocavano un po' insieme. Eppure Luca, quando suo padre era al lavoro, mi chiedeva in continuazione quando sarebbe tornato. A dicembre di quell'anno gli ho domandato cosa voleva che gli portasse Babbo Natale. Mi ha guardato serio. Vorrei poter parlare con papà. Con Carlo stavamo cercando di avere un secondo figlio. Dopo la sua morte mi sono detta più volte che era stata una fortuna non essere rimasta incinta. Mi sono sempre sentita in colpa perché Luca, con un fratello, si sarebbe sentito meno solo, ma con due figli non ce l'avrei fatta. Gli anni senza Carlo sono stati anni difficili. Sempre a fare i conti per vedere come arrivare a fine mese. È con la morte di Carlo che è iniziata l'inchiesta. Fino alla fine non si può dire, mi ha detto il pubblico ministero, ma ci sono i presupposti per un'accusa per disastro ambientale, chiederemo anche un risarcimento per le famiglie delle vittime. All'epoca non avevo idea che fossero oltre duemila. Nel 2009, quando è iniziato il processo, ero convinta che avremmo vinto. Non saprei dire il perché di quell'ottimismo. Forse perché lo avevo promesso a Luca. Mia madre mi aveva criticato per averlo portato alla prima udienza. In quell'aula si decide anche del suo futuro, le ho detto mettendo fine alla discussione. La storia poi la sapete. La condanna di Schmidheiny in primo grado e in appello, poi la Cassazione che cancella tutto. Il giudice ha detto che tra giustizia e diritto si deve sempre e comunque scegliere il diritto. Io non sono un'esperta in legge, ma so che in altri paesi europei la prescrizione non sarebbe stata possibile. E so anche che prescrizione non significa assoluzione, come ha dichiarato sorridente il signor Schmidheiny. Penso che se il diritto non coincide con la giustizia, allora c'è qualcosa che non va e il diritto andrebbe cambiato. E poi ci sono i soldi. C'è chi si vergogna a dire che sperava in una vittoria al processo per ottenere il risarcimento. Io invece non ho alcun problema ad ammetterlo. Certo, non solo per i soldi, ma anche per quelli. Trentamila euro non valgono la vita di Carlo, però mi avrebbero fatto comodo. L'anno scorso mi hanno licenziata e sono stata cinque mesi senza lavorare. Luca gioca a pallamano. È bravo, ma non so ancora se a settembre riuscirò a pagargli l'iscrizione. Ha quattordici anni, una vita davanti, e io mi sento male a impedirgli di fare ciò che gli piace. Vorrei che studiasse, che potesse sapere per poter essere libero di scegliere. E non essere costretto ad accettare un lavoro pericoloso, come quello di Carlo. Ogni sera, prima di addormentarmi, il mio ultimo pensiero è per mio figlio. Se suo padre fosse ancora vivo sarebbe tutto più semplice, oltre che più bello.

lunedì 1 dicembre 2014

Quanti anni ancora avvolti nelle tenebre?

Non molti sanno che tra Bruxelles e Washington si sta discutendo di un nuovo accordo commerciale tra Europa e Stati Uniti (TTIP, Trattato di Partenariato Transatlantico su commercio e Investimenti).
I nostri governanti non sanno, o fanno finta di non sapere, che questo accordo, tra le altre cose, indurrà molte aziende europee a spostare la produzione negli Stati Uniti, dove la manodopera costa meno, per poi cercare di rivendere i beni nel vecchio continente a persone che non potranno comprarli perché nel frattempo avranno perso il lavoro.
Ogni anno negli Stati Uniti 48 milioni di persone (una ogni sei!) si ammalano per intossicazioni alimentari, di questi circa 3000 muoiono. In Europa (200 milioni in più di cittadini rispetto agli Stati Uniti), grazie a una legislazione molto più rigorosa in ambito di sicurezza alimentare, i morti nel 2012 sono stati 41. Ai nostri governanti pare non importare se tale accordo porterà, tra le altre cose, cibo a basso costo e di scarsa qualità sugli scaffali dei nostri supermercati. E nemmeno importa loro che l'apertura indiscriminata al cibo d'oltreoceano causerà il fallimento di numerose aziende agricole di piccole e medie dimensioni, impossibilitate a fronteggiare i bassi costi di produzione dei giganti agroalimentari americani.
Sono i perversi meccanismi del capitalismo, da sempre al servizio del profitto di pochi, incurante della miseria dei più.

Scriveva Dostoevskij nel 1880: 

"Sta diventando generale, ai nostri tempi, una grottesca incapacità dell'intelletto umano a intendere che la vera garanzia della propria persona non si raccomanda già agli sforzi dell'individuo isolato, ma all'universale comunanza umana. Ma non potrà a meno di avvenire che scoccherà il termine anche a questo tremendo isolamento, e tutti comprenderanno una buona volta quanto contrario alla natura sia stato il loro separarsi l'uno dall'altro. Tale sarà il movimento dei nuovi tempi, e ci si stupirà che tanto a lungo si sia potuti rimaner nelle tenebre, senza vedere la luce"

Sono trascorsi 134 anni e siamo ancora al buio.

giovedì 23 ottobre 2014

Romeo

Te ne sei andato troppo presto, senza preavviso.
Avrei voluto dirti ancora un sacco di cose. Avrei voluto sentire ciò che mi avresti detto, sicuro che sarebbe stato qualcosa di intelligente che valeva la pena ascoltare. Avrei voluto farti vedere come sono cresciuti i miei figli. Avrei voluto ridere e scherzare. Avrei voluto cogliere, almeno una volta ancora, il tuo saper vivere con leggerezza, quella che "non è superficialità ma planare sulle cose dall'alto, non avere macigni sul cuore".
E tutto ora mi sembra ingiusto, come quando se n'erano andati Angela e Matteo. So che passerà, che resterai un bel ricordo, che riuscirò a ripensare a te con un sorriso, senza questa tristezza che mi stritola e non mi dà tregua.
Tempo, mi ripeto, ci vuole tempo.
È in momenti come questo che guardo con invidia a chi può affidarsi alla fede per riuscire ad affrontare il vuoto che la morte di un amico lascia dietro di sé, a chi può afferrarsi all'idea che un domani ci si possa rincontrare per poter più in fretta vincere il dolore. Eppure, sono proprio questi momenti ad allontanarmi maggiormente da Dio, perché se è vero che in fondo potrei anche non rifiutare la sua esistenza, pur non essendo in grado né di provarla né di negarla, "è il mondo da lui creato che io non accetto e non posso piegarmi ad accettare".

mercoledì 1 ottobre 2014

L'identità rubata

Gabriel aveva riflettuto a lungo prima di prendere quella decisione. Una decisione che avrebbe potuto rimettere in gioco tutto, stravolgere la sua vita. Si ricordava il momento esatto in cui si era posto quella domanda scomoda, che tante altre volte gli era balenata per la testa, ma di cui mai aveva voluto veramente conoscere la risposta. Era accaduto cinque mesi prima, il giorno del suo trentaseiesimo compleanno. C'erano tutti i suoi amici più cari, quella sera. Mauro, Pepe, Eduardo, Anita, Lola. E poi lei, Evita, con il suo solito sorriso contagioso, quel sorriso con cui lo svegliava ogni mattina da quando, tre anni prima, erano andati a vivere sotto lo stesso tetto. Gabriel aveva soffiato sulle candeline con la sensazione di sempre, che un altro anno era trascorso e nella sua vita nulla sarebbe cambiato. Una stabilità che lo rassicurava, che lo rendeva felice. Più tardi invece, quando il mate passava di mano in mano, infido si era fatto strada nella mente il pensiero che fosse giunto il momento di trovare la risposta a quella domanda, il momento di rischiare.
Già qualche anno prima c'era stata quella richiesta, una foto della mamma incinta impossibile da trovare, e la fastidiosa sensazione di aver creato un profondo imbarazzo. Possibile che i suoi non se l'aspettassero? In fondo era scontato che quelli della sua generazione, nati nella seconda metà degli anni '70, prima o poi chiedessero informazioni sulle proprie origini. Nonostante la foto non fosse mai saltata fuori, all'epoca Gabriel non aveva permesso che il dubbio incrinasse l'equilibrio della sua esistenza. Intimamente era convinto che i suoi "veri" genitori fossero coloro che lo avevano cresciuto, che gli avevano voluto bene, che lo avevano fatto studiare, che lo avevano aiutato a diventare uomo. E pazienza se non assomigliava né a mamma né a papà.
Quel non porsi domande, quel guardare avanti invece che indietro, quel sentirsi protetto nella stabilità del presente, avevano resistito fino al giorno del suo trentaseiesimo compleanno. Nei giorni e nelle settimane a venire aveva lasciato che il dubbio iniziasse a circolare libero e si impossessasse poco a poco dei suoi pensieri, senza opporvi resistenza. Immagini viste in film e lette nei libri non gli avevano dato tregua. Teste infilate in secchi pieni di orina, unghie strappate con le pinze, scariche elettriche su capezzoli e genitali, uomini e donne gettati vivi dagli aerei nel Rio de la Plata. Per la prima volta aveva provato il desiderio, violento e irrefrenabile, di sapere se fosse o meno un figlio di desaparecidos.
Ci erano voluti cinque mesi per trovare la forza di presentarsi in ospedale per il test del DNA, mesi durante i quali aveva più volte cercato di convincere se stesso che se avesse scoperto di essere stato adottato, l'amore che provava per i suoi genitori non sarebbe stato intaccato e la sua vita avrebbe potuto continuare uguale. Più il tempo passava, però, più faceva fatica a crederlo. 
Le porte a vetri si spalancarono e Gabriel si avviò con passo deciso verso la reception. Varcata la soglia, si sentì all'improvviso leggero. Ora, finalmente, avrebbe saputo la verità e, qualunque fosse stata, si sarebbe tolto quel macigno che da qualche mese si portava appresso.

Dedicato a Ignacio Hurban (Guido), figlio di Walmir Oscar Montoya (ucciso nel 1977) e Laura Carlotto (uccisa nel 1978), nipote di Estela Carlotto (presidente dell'associazione "Abuelas de Plaza de Mayo"), che sottoponendosi volontariamente alla prova del DNA ha scoperto lo scorso agosto la sua vera identità. Fino ad oggi, grazie al lavoro dell'associazione, sono stati ritrovati 114 bambini sottratti dopo la nascita ai loro genitori nei campi di prigionia e tortura durante la dittatura militare in Argentina (1976-1983).

"La peor de las verdades siempre es infinitamente mejor que la más dulce de las mentiras"
Ignacio Guido Montoya Carlotto