"Tutto cambia al di là di queste mura.
Qui invece tutto resta uguale, cristallizzato. Siamo un baco che mai si trasformerà in farfalla"

martedì 29 settembre 2015

Presentazione di "Lejla e Hamid" - Genova 2/10/2015

Vi aspetto venerdì 2 ottobre alle 18.30 alla libreria I Limoni, a Genova in via Albaro 17r.
Con rinfresco finale!
***
Fissò i suoi occhi in quelli di lei, come aveva fatto innumerevoli volte nell’arco degli ultimi due mesi, con la speranza di riuscire finalmente a scovare quel segreto che mai gli era stato svelato ma che era certo contenesse la chiave per spiegare il mutamento avvenuto in Lejla. Anche questa volta però i suoi sforzi si infransero contro una barriera impenetrabile.
Per la prima volta Hamid ebbe l’impressione che Lejla non si sarebbe più rialzata, non sarebbe mai più tornata ad essere la persona che era prima.


Da "Lejla e Hamid"

venerdì 18 settembre 2015

Lejla e Hamid

Il 25 settembre esce "Lejla e Hamid", il mio nuovo romanzo!
Dopo la storia vera che sembrava inventata de "Il baco e la farfalla", ecco una storia inventata che sembra vera.
Per chi ha paura del diverso, e per chi non ne ha paura.
Per chi non sa che a volte la violenza è nascosta dove meno te lo aspetti.
Per chi, nonostante tutto, ha voglia di amare.
C'è molto di me in questo romanzo, temi a me cari. Durante la scrittura c'è stata un'identificazione con i protagonisti e un affetto crescente nei loro confronti tali da modificare in corso d'opera il destino, inizialmente funesto, di uno di loro.
Buona lettura!

Hamid è un giovane eritreo che ha attraversato l'inferno per giungere in Italia. Lejla è scampata all'orrore di Sarajevo grazie all'amore dei suoi genitori. A fare da sfondo alla loro storia una Genova con le sue mille contraddizioni, la sua paura del diverso, la sua violenza nascosta sotto la patina opaca della società bene. Entrambi saranno costretti a prendere decisioni difficili che faranno vacillare la loro gioia di vivere.

Un romanzo che tocca gli animi e scuote le coscienze e le convinzioni più radicate.

Il libro verrà presentato a Genova venerdì 25 settembre alle 17.45 presso il Galata Museo del Mare (Calata de Mari, 1).

Vi aspetto numerosi!

Dal 25 settembre, lo potete comprare online sul sito della casa editrice (http://www.vallettaedizioni.it/prodotto/lejla-e-hamid/) e sui principali negozi online di libri.

Oppure nelle seguenti librerie:

Punto Einaudi
Salita Pollaiuoli 18r - Genova


L'amico ritrovato
via Luccoli 98r - Genova


I Limoni
Via Albaro 17 - Genova


Finisterre
p.zza Truogoli di S. Brigida 25 - Genova


Capurro
Via IV Novembre 37 - Recco (GE)

Ultima Spiaggia
Via Garibaldi 114 - Camogli (GE)


Ovviamente potete andare dal vostro librario di fiducia e chiedergli di ordinarvene una copia.

giovedì 23 luglio 2015

Bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno?

I giornali da sempre giocano in modo schizofrenico con l'umore della gente.
Italia in ripresa, titolano, mercato dell'auto aumentato del 14% rispetto all'anno scorso (ma siamo poi sicuri che sia una buona notizia?).
Il giorno dopo: pensionato viene sfrattato e si getta dalla finestra (questa è una brutta notizia, non vi è dubbio).
Delle due una. O va meglio o va peggio. Perché in un Paese in cui una persona che perde la casa non si sente tutelata tanto da arrivare a togliersi la vita, non si può dire che le cose vadano bene. Può darsi che la ripresa per qualcuno ci sia, ma se la macchina riparte e tanti, troppi, rimangono a terra, allora c'è qualcosa che non va.
La situazione è per certi versi confusa.
La povertà in Italia è in aumento, in questo caso le statistiche non mentono, ciononostante si ha uno spreco pro-capite di cibo pari a 149 kg all'anno, e ben il 33% viene gettato nella pattumiera di casa. In Europa c'è chi spreca di meno (Grecia, 44 kg) e chi di più (Olanda, 579 kg), resta il fatto che, con tante famiglie che faticano ad arrivare a fine mese, ci si aspetterebbe un comportamento più responsabile (senza scomodare l'etica nei confronti degli 850 milioni di persone al mondo che soffrono la fame).
Il sistema che ha creato povertà negli ultimi decenni andrebbe definitivamente accantonato. Eppure, in attesa di un nuovo paradigma socio-economico, quello stesso sistema viene riproposto tale e quale alla Grecia. Chi lo propone, o è un cieco fautore dell'omeopatia oppure ha dei grossi interessi economici (la seconda ipotesi appare più plausibile).
Un'estate non fa statistica, vero, ma c'è almeno la speranza che il caldo di queste settimane possa convincere gli ultimi scettici che è in atto un cambiamento climatico e che è necessaria un'inversione di rotta. C'è chi parla di un aumento medio di 3 gradi entro fine secolo. Poveri i nostri nipoti. Ce la fate a immaginarli in questi giorni con 3 gradi in più sul termometro?

giovedì 18 giugno 2015

Sposa la spesa

Un tempo per il matrimonio si regalavano piatti ed elettrodomestici. Aveva una sua logica, visto che per i novelli sposi il fatidico "sì" rappresentava il momento del distacco dai rispettivi nidi famigliari. Poi le coppie hanno iniziato a convivere prima di sposarsi e si è virato sul pacchetto viaggio di nozze. E oggi? Sei precario e sottopagato o nel peggiore dei casi disoccupato? Non sai come sbarcare il lunario, vuoi sposarti e sei disposto a rinunciare a una luna di miele indimenticabile? Nessun problema. In fondo c'è chi alla crisi reagisce come può e chi invece come più gli conviene. Crai, una catena di supermercati, ha lanciato la lista nozze fatta di buoni spesa, da consumarsi entro due anni dalla data del matrimonio. Lo slogan? Piuttosto banale: "Sposa la spesa". Due anni. Tenuto conto che in Italia le coppie separate hanno orami superato in numero quelle che resistono sposate, lo scenario di due coniugi che si dividono i buoni spesa di fronte ai rispettivi avvocati non appare poi così remoto. Niente di scandaloso in tutto ciò, meglio avere la pancia piena che guardare sul computer le foto del viaggio alle Maldive a stomaco vuoto. Certo, si è perso un po' di romanticismo, ma di fronte alle necessità non è il caso di fare i pignoli. Con un'unica speranza: che la gente continui a sposarsi perché si vuole bene e non perché non sa più come pagare la spesa al supermercato.

lunedì 25 maggio 2015

Trivelle

Si sono incontrati a Maratea.
Giulia è in vacanza con la famiglia. L'ultima tutti insieme, ha detto ai suoi prima di partire. Antonio fa la stagione come bagnino. Lei bionda naturale. Lui tutto scuro, capelli, occhi, carnagione, come se da bambino si fosse rotolato nella fuliggine per sfuggire a Crudelia De Mon. Lei sempre truccata per coprire qualche brufolo impertinente che tarda a sparire dal viso. Lui in canottiera per sfoggiare il fisico muscoloso, modellato dal lavoro nei campi con il padre.
Ogni sera Giulia aspetta che Antonio finisca di richiudere gli ombrelloni e le sdraio e poi si incamminano mano nella mano lungo la spiaggia, alla ricerca di un posto tranquillo da cui godersi il tramonto, tra un bacio e l'altro.
Lui della Verona di lei sa poco o nulla. Che sia la città di Romeo e Giulietta sì, che la storia l'abbia scritta Shakespeare invece no.
Giulia confessa ad Antonio che a scuola, quando la interrogavano di geografia, sperava sempre che non le chiedessero le province della Basilicata, perché proprio non riusciva a ricordarsele. E che solo dopo aver visto "Basilicata coast to coast" ha realizzato che è bagnata sia dal Tirreno che dallo Ionio. Che i Sassi di Matera non siano pietre, invece, quello l'ha sempre saputo.
E delle trivelle sai qualcosa? Le domanda Antonio una notte in cui osservano il riflesso bianco della luna sulla superficie nera del mare.
Giulia scuote appena la testa.
E così viene a sapere del petrolio sotto le montagne, il più grande giacimento in terraferma d'Europa, e scopre i piani del governo per trasformare in gruviera il terreno di quella splendida regione. Pozzi di interesse strategico nazionale e di pubblica utilità. La possibilità concreta che si passi da un 35% di territorio interessato dalle attività petrolifere al 64%. Un regalino alle multinazionali da parte di un generoso primo ministro. Opere definite urgenti e indifferibili, in modo da zittire le voci contrarie e arginare le proteste della gente a difesa del proprio territorio e della propria salute. Il petrolio crea posti di lavoro, si sentono dire, pazienza se respirate un po' di idrogeno solforato. L'oro nero fa girare l'economia, non importa se per ottenerne 1 kg si producono 37 kg di rifiuti solidi e liquidi da smaltire. Non è il caso di fare un dramma se le acque della regione sono a rischio inquinamento, vi porteremo quella di altre regioni.
Giulia ascolta, attenta. Stenta a riconoscere il ragazzo che ha conosciuto fino a quel momento, le sembra di avere di fianco un uomo. Antonio si scalda. Lottiamo per difendere la nostra terra e la nostra salute e ci accusano di essere contro il progresso. Ci hanno detto che vogliamo rimanere pecorai, come se fare il contadino o il pastore fosse un disonore. Ho sedici anni, una vita davanti. Voglio viverla tutta, fino in fondo, non voglio che qualcuno me la porti via.
Arriva l'ultima sera della vacanza. A mezzanotte si immergono nudi nell'acqua tiepida, poi si amano sotto le stelle, leccandosi il sale sulla pelle.
Il mattino dopo Giulia e Antonio si salutano, promettendosi di scriversi e telefonarsi, ma entrambi in fondo sanno che ognuno andrà per la sua strada, che la distanza che li separa farà diminuire poco a poco l'intensità di quell'amore estivo.
Il viaggio in macchina fino a Verona è lungo. Giulia guarda fuori dal finestrino. Non ha voglia di tornare a casa. La mente corre ad Antonio e alle loro passeggiate in riva al mare. Quando si fermano all'autogrill per fare benzina, fissa il cartello con il cane a sei zampe che sputa fuoco e ripensa alle trivelle. Meno male che in Veneto non c'è il petrolio, sussurra a se stessa, sarebbero capaci di bucare l'Arena. Poi chiude gli occhi e si addormenta, ripetendo a mente le province della Basilicata. 


mercoledì 13 maggio 2015

Ayotzinapa

Ricordo che un giorno parlai con un'amica dei desaparecidos in Sud America durante le dittature militari. Non riuscivo a capire il bisogno dei genitori di ritrovare il corpo, quando tutti sapevano che quei giovani erano morti, gettati dagli aerei nel Río de la Plata.
Cosa te ne fai di un figlio morto?
Ora che hanno portato via il mio Carlito, ora che il governo ci ha detto che lui e i suoi compagni sono stati ammazzati, che è inutile cercarli, solo ora capisco quelle madri e quei padri che non volevano arrendersi all'evidenza.
Rivoglio mio figlio. Ho il diritto di vederlo. Fatemelo riabbracciare un'ultima volta. Aveva vent'anni appena. El Diablito, lo chiamavano i suoi compagni, anche se era un tipo tranquillo. Ecco, ne parlo al passato, come se non ci credessi più nemmeno io alla possibilità che sia ancora vivo.
Il giorno prima di entrare nel comitato di lotta studentesca mi disse: mamma, il 46% della popolazione è povera, l'11% sopravvive in condizioni di povertà estrema. E in questo stesso paese ci sono persone che potrebbero essere ricoperte d'oro dalla testa ai piedi. Non possiamo restare a guardare. Abbiamo il dovere di mettere in pratica gli insegnamenti di chi ha piantato nei nostri cuori i semi della giustizia e della libertà.
Il governo ci ha tolto tutto, alla fine non ci è rimasta nemmeno la paura. E questo non se lo aspettavano. Non erano pronti alle manifestazioni, alla solidarietà che abbiamo ricevuto dalla gente.
Ora ci chiedono di votare. Già, non lo sapevate? Nel ventunesimo secolo non c'è bisogno di dittatori, le persone spariscono anche nelle democrazie. Vogliono il nostro voto per continuare a governare come hanno sempre fatto.
Come si fa a credere a politici che non hanno voluto punire gli assassini di quei poveri sei studenti? Che in sette mesi non sono riusciti a ritrovare quarantatré studenti desaparecidos?
Non mi interessano i vostri discorsi. Ridatemi mio figlio. Solo allora mi fermerò ad ascoltare quello che avete da dire.

sabato 25 aprile 2015

C'era una volta un dittatore...

Oggi è una giornata speciale, ha detto ai suoi figli quando, appena svegli, l'hanno raggiunta nel lettone. Forse preoccupata dall'aver ascoltato alla radio che l'80% delle persone intervistate per strada non sapeva che cosa si celebrasse il 25 aprile, ha deciso che i suoi figli dovessero far parte del restante 20%. Tanti anni fa, ha iniziato a raccontare con voce dolce e tranquilla, in Italia c'era un uomo cattivo che un giorno disse "qui comando io". E tutti dovevano fare come diceva lui, altrimenti mandava degli uomini armati che ti mettevano in prigione. Quell'uomo era un dittatore e si chiamava Mussolini. Dopo un po' di tempo, alcuni uomini coraggiosi si sono incontrati e si sono detti che loro non erano d'accordo che ci fosse quell'uomo che comandava, a loro non andava bene che tutti dovessero fare quello che voleva lui. Questi uomini parteggiavano per un'Italia diversa, più giusta, e per questo motivo si chiamavano partigiani. In gran segreto si sono organizzati e, rischiando la loro vita, hanno iniziato a combattere contro l'uomo cattivo e le sue guardie e sono riusciti a cacciarlo via. Oggi, bambini miei, si festeggia la fine del brutto periodo in cui comandava il dittatore e l'inizio del bel periodo in cui le persone sono tornate ad essere libere.

Un corteo frastagliato, silenzioso, senza cori. Solo il suono malinconico di una cornamusa ad accompagnarlo lungo le vie del centro. Molte bandiere e alcuni striscioni. Donne, uomini, anziani, bambini, insieme in cammino per ricordare e ringraziare chi ha lottato per donarci settant'anni di democrazia.

venerdì 10 aprile 2015

Se non è tortura questa

Stanno entrando! Qualcuno urla. Chi? I black bloc. Chiudete il portone! Non capisco. Che ore sono? Da quanto tempo stavo dormendo? Il portone cede, entrano. Alcuni ragazzi scappano calpestando i molti che sono ancora dentro ai sacchi a pelo. Hanno acceso la luce. Spegnete la luce! Non sono black bloc, sono poliziotti. Ma cosa fanno? Li stanno picchiando. Siamo disarmati! Quel ragazzo ha alzato le mani e il manganello gli è passato esattamente tra le braccia, fracassandogli la testa. Dovrei scappare, ma sono paralizzato dal terrore. Ai piani alti, devo andare a nascondermi ai piani alti. Provo a sollevarmi sulle gambe. Non mi reggono. Sono a dieci metri da me. Ora si stanno accanendo su una coppia di ragazzi che per proteggersi si sono abbracciati stretti l'uno all'altro. Li colpiscono con calci nella schiena. La testa, urlo, proteggetevi la testa con le braccia! Urla di dolore. Pianti. Perché?!?!, urla qualcuno. La risposta è un colpo sordo di manganello. Indossano i caschi, non si vedono nemmeno i loro volti, sembrano robot impazziti. Picchiano senza freni con inaudita violenza. Stanno massacrando il mio vicino, il prossimo sono io. Mi rannicchio in posizione fetale, le mani e le braccia a protezione della testa. Ecco, tocca e me. Un calcio nella schiena. Una manganellata sul braccio. Poi un'altra. E un'altra ancora. Basta! Fermatevi! Un altro colpo, sulle costole. Una fitta acuta, sento che hanno ceduto. Questi mi ammazzano. Mi fa male il braccio, deve essersi rotto anche quello. Altri calci, altri colpi di manganello. Se non smettono, muoio. Non riesco a urlare. Non riesco più a respirare. Poi il buio. Quando riprendo conoscenza, ho il cielo scuro davanti ai miei occhi. Sono sdraiato su una barella, in attesa che mi portino via. Ho male ovunque. Sono vivo. Piango. Le lacrime si mescolano al sangue e scivolano appiccicose sul collo.

La Corte di Strasburgo ha sottolineato che di fronte al semplice sospetto di gravi abusi commessi da appartenenti alle forze dell'ordine, la Convenzione dei Diritti dell'uomo prevede l'allontanamento degli stessi dalle posizioni che occupano già nella fase d'indagine.
Invece per la Diaz è accaduto l'esatto contrario, molti di loro sono stati promossi questori, capi di dipartimento, prefetti, e da indagati e condannati hanno raggiunto livelli apicali. Quelli che hanno dovuto lasciare la divisa sono quasi tutti "caduti in piedi" e gli altri rappresentano ancora lo Stato nelle strade e nelle piazze d'Italia. E sono sempre stati difesi dal Corpo a cui appartenevano e dai vari governi che negli anni si sono succeduti. A quanto pare, viste le dichiarazioni di Renzi, si continuerà su questa linea.

mercoledì 18 marzo 2015

La famiglia "bio"

Sono rimasto sorpreso dalla polemica scatenata dalla dichiarazione di due noti stilisti in difesa della famiglia tradizionale, dove per tradizionale si intende una madre, un padre e dei figli generati attraverso un rapporto sessuale.
L'affermazione per cui i genitori migliori sarebbero quelli biologici è talmente sciocca che sarebbe stato meglio ignorarla. Basterebbe avere una moglie insegnante che un giorno sì e uno no ti racconta le tristi storie famigliari dei suoi studenti e dei loro genitori "bio" per convincersi del contrario.
"Ma come, già mi costa un sacco di soldi mantenerla, che non mi si chieda anche di prendermi cura di lei"
"Mia madre quando provo a parlare a tavola mi dice di stare zitta perché se no non sente la televisione"
"Mi spiace prof, non sono riuscita a leggere ad alta voce una storia con mia madre perché mi ha detto che leggo così male che si annoia"
"Anche questo fine settimana resterò qui in istituto perché né mia madre né mio padre hanno tempo e voglia di stare insieme a me"
Chi desidera adottare un bambino deve sottoporsi a vari colloqui. Bisognerebbe fare un bel test psicologico anche a coloro che possono procreare in cinque minuti di "amore".
Perché da quei cinque minuti nasce un essere umano che non ha chiesto di venire al mondo. La responsabilità e la volontà sono di altri... e un figlio è per sempre, non esiste la formula "da rispedire al mittente se ci si accorge che non si era ponderata a sufficienza la decisione di non mettersi il preservativo".
Un figlio non ha bisogno di condividere il dna con chi si prende cura di lui. Un figlio ha bisogno di affetto, di comprensione, di accettazione. Ha il diritto di crescere in un ambiente sereno. Ha bisogno di figure di riferimento adulte, altrimenti si corre il rischio che le figure di riferimento diventino i suoi coetanei, i suoi compagni di scuola, con conseguenze esiziali per la sua crescita.
E non importa se queste figure sono i genitori "bio". L'importante è che ci siano, siano presenti, che il figlio sia in grado di riconoscerle.
Conosco figli adottati da splendidi genitori che stanno mille volte meglio rispetto a loro coetanei con mamma e papà "bio".
Già, la famiglia "bio" potrebbe rappresentare la perfetta eccezione alla regola per cui il "biologico" fa meglio alla salute (in questo caso si tratta di salute psicologica).
Quando 15 anni fa andai a Cuba, rimasi piacevolmente sorpreso dalla famiglia "allargata", così diffusa nell'isola caraibica. Porte delle case aperte, socialità da cortile o marciapiede, nonni, zii, fratelli, vicini, perfino ex mariti ed ex mogli che condividono spazi comuni... e bambini e ragazzi che giocano a baseball per strada, che muovono i fianchi a ritmo di salsa, che irradiano allegria a 360 gradi con un perenne sorriso appiccicato al viso.
Credetemi, l'asserzione che la famiglia ideale per un bambino sia quella composta da madre e padre biologici è quanto di più stupido mi sia capitato di sentire ultimamente.