"Tutto cambia al di là di queste mura.
Qui invece tutto resta uguale, cristallizzato. Siamo un baco che mai si trasformerà in farfalla"

venerdì 26 novembre 2021

Non ne verremo mai a capo

Questa mattina Matteo, mio figlio, stava per uscire per andare a scuola quando all'improvviso ha esclamato: "No! Devo cambiarmi la felpa, devo mettermi quella rossa! Oggi è la giornata contro la violenza sulle donne". E' corso in camera a cambiarsi. Prima di uscire si è voltato e con tono sconsolato mi ha detto: "tanto ...... (nome di una sua compagna) mi dirà che io non posso manifestare perché sono un maschio". Gli ho spiegato che in errore è lei, non certo lui. Il problema è che molti, anche tra gli adulti, la pensano come quella bambina. Fino a quando molti continueranno a credere che la violenza sulle donne è un problema che riguarda soprattutto (se non esclusivamente) le donne e non, prima di tutto, un problema che riguarda gli uomini, non ne verremo mai a capo.

martedì 9 marzo 2021

Lettera aperta al Governatore della Liguria sulla chiusura delle scuole

Sabato scorso ho accolto con sconcerto e profonda amarezza la decisione di chiudere le scuole superiori, nonostante la Liguria sia zona gialla. Significa che avremo bar, ristoranti, centri commerciali aperti e le scuole superiori chiuse.

Premetto che sono consapevole delle enormi difficoltà vissute nell’ultimo anno da questi esercizi commerciali, i cui proprietari hanno tutta la mia comprensione, e non è mia intenzione sostenere una contrapposizione locali pubblici di ristoro/scuole.

Non mi considero inoltre competente a sufficienza per poter stabilire se fosse davvero necessaria la chiusura degli istituti superiori, ma credo che, in un Paese civile, gli ultimi posti a chiudere dovrebbero essere proprio le scuole, di ogni ordine e grado.

Se da un lato alcuni dati pare indichino un’incidenza dell’apertura delle scuole nella curva del contagio, non mi risulta che ci siano studi scientifici che provino che nell’ambiente scolastico ci si ammali di più che nei bar, nei ristoranti o nei centri commerciali. Per almeno una settimana (ma temo per molto di più), costringeremo gli studenti a seguire il 100% delle lezioni da casa, per limitare la diffusione del virus, quando gli stessi giovani saranno liberi al pomeriggio di sedersi intorno a un tavolo e consumare senza indossare la mascherina (a scuola la mascherina è indossata sempre, anche durante la ricreazione, con l’eccezione di pochi minuti per il consumo della merenda, ciascuno seduto al proprio banco).

È umanamente inaccettabile. È giunto il momento di dire basta alla logica che governa le decisioni delle istituzioni. Le scuole non rientrano nel giro economico? Bene, allora possono rimanere chiuse. È una visione mercato-centrica, sbagliata da un punto di vista etico, miope da un punto di vista sanitario e sociale. Si stanno infatti sottovalutando le conseguenze psicologiche negative su un’intera generazione, già evidenti per chi, come me, ha a che fare ogni giorno con i giovani. Nei prossimi anni pagheremo a caro prezzo il disagio psichico e socio-relazionale vissuto dagli adolescenti durante la pandemia.

Ai problemi psicologici, si sommeranno inoltre quelli di carattere cognitivo. La tanto reclamata didattica a distanza (DAD), seppur utile in casi estremi (lockdown), non può essere pensata come valida alternativa alla didattica in presenza. Il rapporto docente-discente è prima di tutto un rapporto relazionale che può essere coltivato esclusivamente in presenza, così come in presenza può crescere il rapporto tra compagni, fondamentale nella creazione di un buon ambiente scolastico e, di conseguenza, anche ai fini dell’apprendimento stesso. È impensabile, inoltre, che dei ragazzi possano mantenere alta la concentrazione per quattro-cinque-sei ore davanti a uno schermo. Sono ormai numerose le ricerche scientifiche che evidenziano i limiti, e in alcuni casi i danni, di un’istruzione basata sul digitale (“Demenza digitale”, M. Spitzer, ed. Corbaccio).

In ultimo, ma non per questo meno importante, la DAD aumenta le disuguaglianze tra gli studenti (contravvenendo all’art. 3 della Costituzione), tra chi ha a disposizione un computer e una buona connessione e chi, invece, è costretto a seguire le lezioni sul tablet o addirittura sul telefono, con connessioni ballerine (famiglie poco abbienti o numerose con vari figli in DAD).

Ai mancati introiti di bar, ristoranti e altre attività commerciali è pur sempre possibile porre rimedio nell’immediato attraverso rimborsi economici (magari pensati meglio rispetto a quelli messi finora a disposizione). Per i problemi psicologici e per i deficit cognitivi il rimedio è molto più difficile e non necessariamente meno caro. Una chiusura delle scuole andrebbe quindi presa in considerazione esclusivamente dopo aver adottato tutte le misure utili per limitare la diffusione del virus e aver attuato la chiusura di altri luoghi in cui può avvenire il contagio.

domenica 29 novembre 2020

A Lagarta e a borboleta

Ammetto, vedere pubblicato il mio primo romanzo tradotto in portoghese mi ha emozionato. Ho sempre sostenuto che si scrive per se stessi, ma anche e soprattutto per gli altri. L'idea che possano esserci persone, portoghesi e brasiliani, che non potevano leggere "Il baco e la farfalla" in italiano perché non conoscevano la lingua, e che invece ora lo possono fare, mi riempie di gioia.

Un grazie di cuore a Katia Werneck per la traduzione, per la sua professionalità e per il suo contagioso entusiasmo.

Il libro è acquistabile in ebook sui principali negozi online, tra un paio di settimane sarà acquistabile anche il cartaceo.

Se avete amici e conoscenti che conoscono il portoghese, girate loro l'informazione. Grazie!

Buona lettura di quella che è certamente "uma incrível história real"!

"A lagarta e a borboleta" su:
Kobo, Barnes&Nobles, Amazon, Books Apple, Google Play

Descrição do Livro

“Quem está lá fora não nota. O ritmo da vida deles é absorvido com seus próprios problemas, não com os nossos. O trabalho, a família e o resto. Um ritmo frenético, uma corrida de tirar o fôlego, sem um instante sequer para respirar. Para eles, falta tempo, para nós sobra... tudo muda do lado de lá destes muros. Aqui, ao contrário, tudo permanece igual, cristalizado. Somos as lagartas que jamais serão borboletas”.

Neste mundo, são sempre os mais frágeis a pagar o preço mais alto. São os que não podem voar que são pegos todas as vezes como bode expiatório. E não voam, não porque não querem, mas porque algo, ou alguém mais poderoso lhe partiu as asas.

Guido se vê menino com uma mãe para procurar e um pai para vingar. Alguns anos depois, pouco mais que um adolescente, decide acertar contas com um passado cujo peso se fez sentir, com o decorrer do tempo, insuportável. Uma decisão que o fará descobrir muitos lados obscuros de sua família e que marcará para sempre o resto da sua vida.

giovedì 26 novembre 2020

25 novembre: giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne

"Erano trascorsi quattro giorni da quella drammatica notte. Lejla aveva ripreso a mangiare con una certa regolarità, anche se l’appetito che l’aveva da sempre accompagnata non era altro che uno sbiadito ricordo. Ora ingurgitava il cibo più per dovere che per piacere, nutrendosi in modo disordinato e saziandosi in fretta. Il fatto di ritrovarsi sola non le era certo di aiuto. Adele si sarebbe prodigata per cucinarle i suoi piatti preferiti, l’avrebbe spronata a mangiare ancora un po’, le avrebbe profuso quell’affetto genuino e disinteressato che solo un genitore è in grado di dare. Sotto l’aspetto fisico stava decisamente meglio. Il dolore diffuso dei primi due giorni era ora meno intenso, l’ematoma sul collo era quasi scomparso, la piccola ferita sul seno rimarginata, i genitali non le bruciavano più quando orinava. A livello mentale invece non vi erano stati grandi progressi. Apatica, refrattaria a qualsiasi stimolo che giungesse dall’esterno, procedeva pericolosamente sul baratro della depressione, sentendosi all’improvviso insicura di tutto e di tutti, a iniziare da se stessa. L’unica certezza era rappresentata da Hamid, il quale fin da subito, da quando si era accorto che Lejla non era più Lejla, si era trasformato in una presenza costante, una miniera infinita di dolcezza e pazienza. Lejla lo aveva silenziosamente ringraziato per non essersi risentito quando nella sua stanza lui aveva iniziato ad accarezzarle il seno e lei gli aveva preso la mano, gliel’aveva allontanata e gli aveva detto che non le andava, che non ne aveva voglia. Era la prima volta, non era mai successo prima di allora, e se qualcuno, prima della festa, le avesse paventato questa possibilità, si sarebbe messa a ridere, ritenendo impossibile non avere voglia di fare l’amore con Hamid, che era la cosa più bella del mondo."

Brano tratto da "Lejla e Hamid"

venerdì 1 marzo 2019

Tra 50 anni...

Chissà se tra 50 anni Minniti e Salvini saranno ricordati come oggi ricordiamo, giustamente con orrore e disprezzo, Heydrich e Himmler (solo per citarne un paio).
Quello che è certo è che gli italiani non potranno giustificarsi con un "non sapevamo". Oggi la possibilità di informarsi sulle conseguenze delle scelte dei nostri governi è a portata di tutti (il video dura meno di 10 minuti).

https://www.channel4.com/news/torture-and-shocking-conditions-the-human-cost-of-keeping-migrants-out-of-europe?fbclid=IwAR3v9xR6pxHifofKIInG2UjM8sE8FA-IWSF64rorWfhf5ArBpL20F96WZJA

lunedì 26 novembre 2018

25 novembre - Giornata mondiale contro la violenza sulle donne.


Dalla radio, che era rimasta accesa tutto il pomeriggio, si diffusero nell’ambiente le parole di una canzone di De André.

...Via del Campo c’è una puttana
gli occhi grandi color di foglia
se di amarla ti vien la voglia
basta prenderla per la mano
e ti sembra di andar lontano
lei ti guarda con un sorriso
non credevi che il paradiso
fosse solo lì al primo piano…


Lejla ricordò di quando Hamid le aveva raccontato delle prostitute del centro storico, degli uomini che andavano da loro in pausa pranzo. All’epoca si era domandata che piacere potesse provare un uomo nel fare sesso a pagamento. Ora la domanda che fece a se stessa fu un’altra. Che tipo di piacere poteva provare un uomo nel violentare una donna? Aveva trovato il paradiso Christian nello stesso luogo in cui lei era sprofondata all’inferno? Stremata, si addormentò tra un ricordo e l’altro, lasciando le domande senza risposta.

Da "Lejla e Hamid", romanzo

lunedì 25 giugno 2018

Lejla e Hamid migrano a Milano!

Venerdì 29 giugno alle 19.30 sarò a Milano per partecipare a un incontro in cui presenterò "Lejla e Hamid", ma soprattutto parlerò di migranti... tema "caldo" dei giorni odierni, per il quale è necessario, per recuperare l'umanità perduta, un approccio alternativo al mendace mantra "salviniano".

Vi aspetto numerosi alla Trattoria Popolare-Circolo ARCI Traverso in Via Ambrogio Figino 13.

Seguirà alle 20.30 una cena. Per l'occasione il cuoco Pigi, prendendo spunto dall'ambientazione del romanzo, ci delizierà con un menù in odor di Riviera!

Farinata
Trofie al pesto casalingo
Fusilli alla salsa di noci
Coniglio alla ligure
Sčiattamàiu
Patate prezzemolate
Insalata dell’orto
Latte dolce fritto

Per la cena meglio prenotare: arci.traverso@gmail.com

mercoledì 23 maggio 2018

Philip Roth

E' morto Philip Roth. Dopo Garcia Marquez e Saramago, un altro grande scrittore contemporaneo ci ha lasciato. E non importa che avesse deciso una decina di anni fa di non scrivere più. Non importa che avesse detto che "ogni talento ha i suoi termini contrattuali - una propria natura e forza, e anche una fine, una durata e un decorso. Non tutti possono essere fecondi per sempre". La speranza che potesse rimettersi a scrivere poteva esistere, finché era in vita. Ora invece non più. Ciò che resta non è poco, in ogni caso. Il ricordo dei suoi libri continuerà a vivere in chi ne ha apprezzato la splendida letteratura e i suoi indimenticabili personaggi. Pastorale Americana, Il lamento di Portnoy, La macchia umana. Libri che, quando li stai leggendo, non vedi l'ora di avere un attimo libero per riprendere la storia da dove l'hai lasciata. Libri per cui se c'è coda dal medico o il treno è in ritardo non è un problema, anzi, avrai così un po' più di tempo per godere della loro lettura. Ciò che resta sono personaggi come Seymour Levov, lo "Svedese", che si tormenta alla ricerca di un errore che non riesce a trovare, che, disperato, ripercorre a ritroso la vita della sua famiglia, analizza in dettaglio situazioni più o meno importanti, scandaglia l’infanzia e l’adolescenza di sua figlia, il tutto inutilmente. E chissà se chi fa parte della giuria del Nobel in questo momento si sta pentendo per non aver più la possibilità di annoverare nella propria lista uno scrittore come Philip Roth. Il suo nome non avrebbe certo sfigurato, tutt'altro, avrebbe conferito all'elenco dei vincitori maggior lustro. Ma l'immortalità letteraria non dipende dai premi, ma da ciò che si è scritto, e le storie narrate da Roth sono destinate a restare.

martedì 24 aprile 2018

25 aprile a Valencia!

Quest'anno festeggerò il 25 aprile insieme a Espai Italia, associazione socio-culturale valenciana.
Giovedì 26 alle 18.30 nel Slaughterhouse Food&Books in calle Denia 22, Lejla e Hamid incontreranno gli amici della Comunidad Valenciana.
A seguire brindisi e aperitivo


mercoledì 18 aprile 2018

Incontri a scuola con gli studenti

Ieri mattina ho incontrato i ragazzi del liceo scientifico di Recco. Cinque di loro avevano letto "Lejla e Hamid" e mi hanno fatto un'intervista, in una sala gremita dai loro compagni. Bello vederli attenti quando si è parlato di migranti e integrazione, quando ho suggerito una visione relativista e non etnocentrica nei confronti di chi ha una cultura differente. Emozionante osservare gli sguardi intensi delle ragazze quando ho detto che cosa potrebbero fare se malauguratamente dovessero subire una violenza o se capitasse a una loro amica. Volti giovani che mi hanno trasmesso speranza. Se desideriamo provare a costruire una società migliore, è da loro che dobbiamo partire.

Se ci fossero insegnanti interessati a organizzare incontri nelle loro scuole li invito a contattarmi, possono contare sulla mia piena disponibilità.

martedì 9 gennaio 2018

Leggete ai vostri figli!

Lo scorso 27 dicembre è uscito il rapporto dell'ISTAT "PRODUZIONE E LETTURA DI LIBRI IN ITALIA", il quale fotografa una situazione sempre più drammatica. Il numero di lettori è in costante calo dal 2010. Nel 2016 solo il 40% delle persone ha letto almeno 1 libro. In Svezia, per intenderci, siamo all'89%. Incredibile ma vero, 1 famiglia su 10 non possiede nemmeno 1 libro in casa (!!!) e il 30% delle famiglie ne possiede meno di 25 (!). Scivoliamo lentamente verso la barbarie, tra qualche anno saremo un popolo di ignoranti disposti ad accettare qualsiasi scelta che ci verrà imposta dal politico di turno, nell'interesse di sempre meno (in numero) e più (in soldi) ricchi, a fronte di un crescente numero di poveri. Ci ritroveremo senza diritti che fino a qualche anno fa davamo ormai per acquisiti. Mi rivolgo soprattutto ai genitori: leggete ai vostri figli fin dalla più tenera età, leggete tanto, affinché conoscano l'oggetto "libro"... contribuite a far crescere delle menti pensanti, capaci di comprendere un testo, consapevoli che in un libro possono trovare diversione ed evasione, compagnia ed emozioni, ma anche erudizione e conoscenza.

mercoledì 13 dicembre 2017

Lejla e Hamid in ebook!

Per gli amanti del digitale, è uscito l'ebook di Lejla e Hamid!!!

E una buona notizia anche per i più tradizionali. La versione cartacea era esaurita, ma è stata ristampata!

Per l'anteprima del libro e acquisti clicca qui:

Entrambe le versioni si trovano anche su Amazon e IBS.

Per Natale, regalatevi e regalate un libro, ci sarà al mondo una persona felice in più :)

Buon 2018!

martedì 14 novembre 2017

Ci riguarda

Il caso Weinstein ha contribuito a scoperchiare il vaso di Pandora. Anni di violenze e abusi nel mondo dello spettacolo (che potevamo più o meno immaginarci) sono venuti e stanno venendo alla luce. Ed è un fatto positivo, occorre sottolinearlo, anche se c'è un rischio in tutto ciò. La ripetitività, da sempre, crea assuefazione. Siamo ormai assuefatti a tanti eventi tragici che accadono nel mondo. Quanti di noi ancora si indignano per una bomba che a Baghdad uccide degli innocenti? La reazione "ecco, un'altra che è stata molestata", con sottinteso "non se ne può più", sarebbe un'ulteriore violenza nei confronti di chi ha avuto il coraggio di tirare fuori il dolore e l'umiliazione che aveva dentro. Non importa se ciò è avvenuto dopo tanti anni, non cadiamo nell'errore di pensare che avrebbero potuto/dovuto farlo prima. La critica va indirizzata nei confronti di coloro che quelle violenze le hanno perpetrate, non verso chi le ha subite. Sono i molestatori che dovrebbero vergognarsi, non le vittime. La speranza è che, a partire dal mondo dello spettacolo, anche chi di quel mondo non fa parte, ma ha subito violenza, trovi il coraggio di parlare. In Italia il 90% delle violenze non viene denunciato. L'obiettivo per una società civile dovrebbe essere quello di ridurre drasticamente tale cifra, senza che ciò crei assuefazione, bensì una profonda indignazione nell'opinione pubblica.
Sabato 18 novembre alle 16.30 interverrò all'evento "Ci riguarda! La violenza sulle donne è una sconfitta per tutti". Luca Callegari leggerà passi tratti da "Lejla e Hamid". L'intera manifestazione si svolgerà dalle 14.30 alle 19.00 a Sampierdarena, presso SOMS Universale Mazzini in via Carzino 2.


martedì 19 settembre 2017

Genova contro la violenza sulle donne

Da qualche mese la nazionalità degli stupratori e degli assassini viene usata dalle diverse fazioni politiche a sostegno della propria posizione in tema di immigrazione. Se sono stranieri, è bene chiudere le frontiere. Se invece sono italiani, allora possiamo accogliere i profughi senza temere nulla. Tutti concentrati sui violentatori e sugli assassini, quasi nessuno sulle vittime, alle quali sicuramente importa poco se a violentarle o a ucciderle è stato uno straniero o un italiano. Ci vediamo sabato 23 settembre dalle 15.30 alle 18.30 a Genova, nell'atrio di Palazzo Ducale, per dire basta alla violenza sulle donne, per dar voce a chi la violenza la subisce, per sostenere un cambio culturale di cui c'è estremo e immediato bisogno.

venerdì 18 agosto 2017

La mobilità INsostenibile

Marco Bucci, neo sindaco di Genova, ha avuto molta fretta di rispettare le promesse fatte in campagna elettorale. Nel consiglio comunale di fine luglio è stata approvata la riduzione delle tariffe dei parcheggi a pagamento da 2,50 a 1,30 euro l'ora. La fretta si sa è cattiva consigliera e una mancata promessa avrebbe fatto in questo caso meno danni della volontà di rispettare quanto detto in campagna elettorale.
Non occorre infatti essere degli esperti di traffico urbano per comprendere che tale decisione determinerà un aumento del numero di cittadini che raggiungeranno il centro in automobile, obiettivo tra l'altro dichiarato dal vicesindaco e assessore comunale alla Mobilità Stefano Balleari per il quale "l'operazione può reggere (da un punto di vista economico) grazie all'aumento della domanda". La nuova giunta sembra invece non preoccuparsi delle inevitabili conseguenze: aumento dell'inquinamento atmosferico e acustico, centro città più congestionato, dilatazione dei tempi per gli spostamenti urbani su mezzo privato.

Una decisione, quella di Bucci, controcorrente e anacronistica. Nella maggioranza delle città (europee, ma anche italiane) le amministrazioni si muovono esattamente nella direzione opposta, indipendentemente dallo schieramento politico che sostiene i vari sindaci. Avere a cuore la salute dei cittadini non è infatti né di destra né di sinistra, rappresenta “solo” un dovere per chi amministra una città. L'Ecopass a Milano, la tassa per chi arriva in centro in auto, è stato introdotto da Letizia Moratti e Pisapia, suo successore, si è guardato bene dall'abolirlo, limitandosi a cambiarne il nome e solo in parte la sostanza. Forse Bucci non è mai stato in città come Zurigo, altrimenti si sarebbe accorto della durata irrisoria (qualche secondo) del verde dei semafori per gli automobilisti, misura pensata apposta per scoraggiare l'uso del mezzo privato nel centro città. E neppure in città come Stoccarda, dove Königstrasse, la via principale del centro cittadino, l'equivalente della genovese via XX Settembre, è tutta pedonale.

Ammesso ma non concesso che il sindaco Bucci non sia interessato alla salute dei genovesi, la decisione appare però incomprensibile anche da un punto di vista economico.
Nell'immediato ci sarà un minor ingresso per la casse comunali e il fatto di coprire il buco con l'aumento della domanda è al momento una mera speranza, e un'amministrazione seria non dovrebbe far quadrare i bilanci affidandosi a ciò che potrebbe essere, ma che potrebbe anche non accadere (e, per la salute dei genovesi, c'è da sperare che non accada).

Con una visione più ampia e proiettata verso il futuro, ci si rende facilmente conto che anche per i cittadini i costi saranno maggiori rispetto al beneficio di qualche euro risparmiato. Secondo l’Ocse, in Italia dal 2005 in poi i morti per malattie correlate a vari tipi di inquinamento sono più di 30.000 l’anno, con un costo annuo di oltre 100 miliardi. Di questi più del 90% incidono sul sistema sanitario pubblico per la cura delle malattie respiratorie, delle forme tumorali e per la compensazione dei giorni lavorativi persi. Oltre il 4% della spesa serve invece a recuperare l’ambiente o gli edifici danneggiati dall’inquinamento. Oggi le persone vivono più a lungo rispetto al passato, ma, a partire dal 2004, si ammalano prima. Per intenderci, una bambina italiana nata nel 2004 presentava 71 anni di aspettativa di vita sana, nel 2008 il dato era crollato a 61 (dati Eurostat). La situazione è drammatica: ogni anno guadagniamo 3 mesi di vita, ma ne perdiamo 30 in termini di salute.

Chi, secondo il vicesindaco Balleari, dovrebbe trarre beneficio dalle nuove tariffe sono i commercianti. Il condizionale è d'obbligo, visto che tale convinzione è tutta da dimostrare. In Germania per esempio i commercianti si sono sempre espressi a favore della pedonalizzazione dei centri urbani. Non solo: una ricerca della dottoressa Kelly Clifton, dell'università di Portland, città di 500.000 abitanti nello stato dell'Oregon, ha dimostrato che chi va in bici spende alla settimana mediamente di più rispetto a chi si muove in auto. Senza contare che in un centro decongestionato dal traffico e meno inquinato la gente va certamente più volentieri. A Genova ben pochi sarebbero favorevoli alla depedonalizzazione di via San Lorenzo o via San Vincenzo, compresi i commercianti!

Un sindaco moderno, con a cuore la salute dei cittadini, dovrebbe operare tutt'altre scelte.

Dovrebbe rilanciare il trasporto pubblico, proseguendo il rinnovo dei mezzi avviato dalla precedente amministrazione e aumentando la frequenza di alcune linee. A questo proposito, il vicesindaco ha affermato che “il rilancio del trasporto pubblico sarà la priorità del nostro Piano della mobilità per tutta la città”. Difficile credergli, visto che la prima mossa dell'amministrazione è stata quella di spingere i cittadini ad un maggior uso del mezzo privato.
Sul come fare, non occorre inventarsi nulla, basta farsi un giro per l'Europa e copiare quanto di buono è stato fatto in quest'ambito.
Si potrebbe incentivare l'uso dell'autobus introducendo agevolazioni famigliari. A Stoccarda il fine settimana i figli dei genitori che hanno l'abbonamento dell'autobus viaggiano gratis. A Genova a una famiglia di 4 persone andare a prendere un gelato in corso Italia costa 12 euro di soli biglietti. Sempre a Stoccarda, autobus e metropolitana sono puliti, puntuali, frequenti e la rete capillare. E le pubblicità che evidenziano i vantaggi del mezzo pubblico rispetto al privato sono ovunque.
Tra tutte le città in cui ho vissuto (Losanna, Stoccarda, Valencia; Genova), Genova è la prima città in cui non è possibile prendere l'autobus con il passeggino. In Svezia, per risolvere il problema delle persone che salivano con il passeggino dalla porta centrale, non potendo quindi mostrare il biglietto all'autista (all'estero i conducenti fungono anche da controllori), hanno deciso di istituire la corsa gratuita per che chi prende l'autobus con un passeggino.

Oltre al trasporto pubblico, un sindaco moderno dovrebbe per esempio favorire tipi di mobilità alternativi al mezzo privato a motore e più sostenibili da un punto di vista ambientale.
Per esempio l'uso della bicicletta, tramite la realizzazione di piste ciclabili e un servizio funzionante di bike sharing. Una scelta che avrebbe anche un ritorno positivo in termini economici. Uno studio realizzato da Polinomia srl, società milanese di ingegneria dei trasporti, ha dimostrato che portare la quota degli spostamenti in bicicletta al 20% permetterebbe alla città di Bologna di generare un ritorno economico di 32 milioni di euro l’anno. La prima conseguenza diretta sarebbe quella di ridurre il numero delle auto circolanti a Bologna (7.300 in meno) con un impatto positivo sulle tasche di chi decide di rottamarla (il costo per il possesso e mantenimento di un’auto oscilla tra i 2.400 e i 2.800 euro l’anno) ma anche per l’ambiente e la salute. Il costo economico delle esternalità ambientali (inquinamento atmosferico, rumore…) è stimato in circa 660.000 euro l’anno. Andare in bicicletta regolarmente, infine, migliora la salute, con una conseguente riduzione delle spese sanitarie per un valore di circa 3,75 milioni di euro l’anno. Senza contare che le due ruote rappresentano il mezzo di trasporto più veloce ed efficiente per i percorsi fino ai cinque chilometri (Genova, contrariamente a quanto sostenuto da alcuni, ha gran parte del territorio in piano).

Se Bucci non riesce a pensare possibile un aumento delle biciclette in giro per Genova, potrebbe almeno attivarsi per migliorare il pessimo servizio di car sharing presente in città. Solo un servizio che preveda la possibilità di prendere un mezzo da una parte e lasciarlo da un'altra può risultare una valida alternativa, economica, per chi assolutamente non riesce a emanciparsi dall'uso dell'automobile. Anche in questo senso basterebbe copiare quanto di positivo c'è in giro, ad esempio a Milano.

C'è solo da augurarsi di una cosa: che per sopperire ai mancati ingressi nelle casse comunali dovuti all'abbassamento delle tariffe dei parcheggi a pagamento, la nuova giunta genovese non decidesse in futuro di aumentare il costo del biglietto dell'autobus. In quel caso, per la salute e per le tasche dei genovesi, il disastro sarebbe totale.

martedì 27 giugno 2017

La necessità di un nuovo linguaggio per mettere fine alla violenza sulle donne

L'altro giorno sull'autobus mi è caduto l'occhio sullo schermo del cellulare di una ragazzina seduta davanti a me. Avrà avuto quindici o sedici anni. Chattava in modo frenetico con un'amica. Il messaggio che ho letto diceva: "no, sei fuori, se ci stavo sarei una troia". Al di là del mancato uso del congiuntivo, mi è sembrato molto triste che una ragazza usasse per se stessa un linguaggio così maschilista e sessista, che le sembrasse naturale definirsi "troia". Un ragazzo, al suo posto, si sarebbe definito un "figo", con un'accezione positiva, laddove "troia" nella testa della ragazza (e non solo, anche nel sentire comune), ne aveva senza dubbio una negativa.
La rivoluzione culturale per mettere fine alla piaga della violenza sulle donne dovrebbe riguardare anche il linguaggio, o forse partire proprio da quello. Espressioni del tipo "quella donna non può fare il sindaco perché non ha le palle" non dovrebbero più sentirsi.
Una rivoluzione culturale che dovrebbe riguardare soprattutto i più piccoli, perché ancora immuni dal virus della violenza. Purtroppo a volte è già troppo tardi. Mio figlio l'altro giorno si è lamentato perché all'asilo alcuni suoi compagni maschi gli avevano detto che se voleva giocare con le femmine allora voleva dire che era una femmina anche lui. Questi bambini non sono nati idioti, lo sono diventati ascoltando gli adulti. Adulti che magari hanno anche detto ai loro figli che i maschi non possono giocare con le bambole, che i maschi non devono piangere, che ai maschi non può piacere il colore rosa. I genitori non si rendono conto (o forse sì, e gli va bene così) che stanno inculcando nei loro figli una cultura fortemente maschilista, una cultura violenta e zeppa di stereotipi stupidi e dannosi.
E il risultato è purtroppo sotto gli occhi di tutti: una società in cui la donna è soggetto debole e a rischio, che non gode degli stessi diritti dell'uomo (basti pensare al mondo del lavoro) e da quest'ultimo è spesso minacciata e sottoposta a violenza, fisica e verbale. Quest'ultima spesso sottovalutata, ma che può avere delle conseguenze altrettanto gravi e durature.
In un bel film nelle sale in questi giorni, "Una doppia verità", una donna è costretta a convivere con un marito violento. A un certo punto del film, quelle che sembravano essere violenze fisiche vengono messe in dubbio e allo spettatore viene fatto credere che potesse trattarsi "solamente" di violenze verbali. Non è chiaro se ciò debba, nelle intenzioni del regista, far nascere una sorta di giustificazione nei confronti del marito, farlo sembrare agli occhi dello spettatore un essere meno spregevole di quanto si fosse immaginato. Il rischio, chissà se calcolato o meno, è quello di sminuire la violenza verbale, che in molti casi rappresenta invece il primo passo di un percorso dalle conseguenze spesso nefaste.
Il riconoscimento precoce di qualsiasi forma di violenza, anche quella verbale, è infatti elemento necessario per provare a scardinare un fenomeno che in Italia ha assunto proporzioni inaccettabili per un paese che vorremmo definire civile. Ogni quattro donne uccise, tre sono ammazzate in ambito famigliare, dal proprio compagno o da un ex. Una percentuale tra le più alte in Europa, e di molto superiore ad altri paesi quali la Germania, la Francia, e persino la "machista" Spagna (dati ONU).
Un paese, l'Italia, in cui per molti uomini è normale litigare con la propria compagna con un coltello in mano, in cui troppi uomini non sono in grado di accettare un rifiuto, in cui molti uomini si sentono sminuiti se la propria compagna guadagna più di loro, in cui troppi uomini considerano normale umiliare la propria compagna, denigrarla, farla sentire inferiore e inetta.
Per far fronte a una situazione dai contorni drammatici, un cambiamento del linguaggio da solo certamente non basta. Eppure sono convinto che quando una ragazza di sedici anni si sentirà libera di fare sesso con un ragazzo che le piace appena conosciuto (prendendo, si spera, le precauzioni del caso), senza per questo definirsi "troia", potremo dire di aver fatto degli enormi passi avanti verso una società migliore. 

lunedì 8 maggio 2017

Ho ricevuto un invito che mi ha fatto molto piacere. Il 25 maggio sarò a Scanzorosciate (BG) come relatore alla Scuola del Cittadino, serie di incontri sulla città inclusiva, sul fatto che "vivere insieme non è solo convivere". Titolo dell'incontro a cui parteciperò: "Conoscenza e reciprocità vincono paure e pregiudizi". Sono queste iniziative della società civile che mi fanno ancora sperare in un mondo migliore.
Condividete se conoscete qualcuno che vive nei dintorni di Bergamo. Grazie!

venerdì 10 marzo 2017

Chi mi amava mi uccide



8 marzo 2017: c'è poco da festeggiare e molto ancora da fare. Qualcuno dice che non è vero che in Italia le donne vengono uccise di più che in altri Paesi. Vero, se ci limitiamo al numero totale di omicidi. In Germania, ad esempio, sono divisi equamente tra uomini e donne (53%, 47%, dati ONU), in Italia sono invece in numero maggiore quelli degli uomini (70% contro 30%). Ma è un altro dato quello che deve far riflettere, quello che descrive in modo inequivocabile la situazione... drammatica per le donne in Italia: gli omicidi in ambito famigliare. In Italia il 73% delle donne viene uccisa da chi, in teoria, dovrebbe amarle di più (o, almeno, ha detto in passato di amarle). Molto più che in Germania (50%), perfino molto di più che nella "machista" Spagna (58%). E se guardiamo agli episodi di violenza, anche qui il pericolo maggiore per le donne arriva da persone conosciute. Abbiamo ancora tanta strada da fare prima di poterci definire un Paese civile.
Adele sospirò.
‹‹Mia figlia è stata violentata da un amico la notte del 30 luglio. Voglio sapere se è possibile presentare una denuncia e come farlo.››
Il sorriso sul volto dell’avvocato svanì all’istante.
‹‹Mi spiace... davvero... non pensavo si trattasse di un fatto così grave. A luglio? E come mai non sei venuta prima?››
‹‹Perché l’ho saputo solo ieri. Non mi aveva detto niente, se l’è tenuto dentro tutto questo tempo. Quando ad agosto sono tornata dalla montagna mi sono accorta che aveva qualcosa, ma mai avrei immaginato una cosa simile. Sai come sono i figli, a volte è così difficile comunicare con loro... sono... sono distrutta.››
Adele si asciugò con le dita una lacrima che le stava scivolando sul viso. Carlo le porse il suo fazzoletto di stoffa.
‹‹Grazie.››
‹‹Hai detto che è stato un amico?››
‹‹Se così si può chiamare... diciamo che lo conosceva. Dopo una festa le ha offerto un passaggio in macchina per riportarla a casa e invece sono finiti al Righi.››
‹‹Non c’è da sorprendersi, oltre l’ottanta per cento degli stupri o tentativi di stupro sono compiuti da un conoscente della vittima.››
Tratto da "Lejla e Hamid"

martedì 20 dicembre 2016

Istruire al precariato

In Svizzera il futuro lavorativo delle persone viene deciso a 11 anni. A un'età in cui si è ancora bambini, infatti, occorre superare un test per poter fare in seguito il liceo, unica scuola che dà l'accesso all'università. Il test, per la cronaca, è molto più difficile rispetto alle competenze acquisite fino a quel momento (piuttosto scarse, se confrontate per esempio con quelle fornite dalla scuola elementare e dalla prima media italiane). Ma non è finita qui. I posti disponibili sono limitati e anche se fai il test molto bene, se c'è un numero sufficiente di bambini che l'hanno fatto meglio di te, puoi scordarti l'università (ogni anno a Zurigo mediamente solo il 20% degli studenti che vorrebbe fare il liceo riesce poi a farlo). E andrai a fare un lavoro meno qualificato, ma comunque utile alla società.
Ingenuamente si potrebbe pensare che il folle sistema svizzero abbia almeno come scopo quello di limitare il numero dei laureati, perché i posti di lavoro qualificati non sono molti. Niente di più sbagliato. In Svizzera ci sono un sacco di medici, ingegneri, architetti e ricercatori stranieri, molti dei quali italiani. In pratica, nel piccolo e ricco paese alpino risparmiano sulla formazione e accolgono a braccia aperte chi è stato formato altrove, con un ragionamento che da un punto di vista economico non fa una grinza: formare un medico costa un sacco di soldi, meglio se formiamo operai, impiegati e cassieri del supermercato, il medico invece lo importiamo dall'estero. Più o meno il contrario di ciò che accade in Italia, dove abbondano i laureati disoccupati e dove la precarietà non è più un periodo transitorio in attesa di un inserimento stabile nel mercato del lavoro, bensì una condizione strutturale. E dove i diritti, ormai mantenuti da pochi, vengono considerati privilegi. Forse questo problemino elementare di costi e benefici bisognerebbe farlo notare al ministro del lavoro, che questo sistema indegno ha contribuito a creare, e che nei giorni scorsi ha candidamente affermato che l'emigrazione dell'esercito dei precari è un bene per il paese, così "non li abbiamo più tra i piedi".

venerdì 30 settembre 2016

Divide et impera

Succede che un giorno devi prendere un treno per andare a fare una visita medica. Succede anche che proprio quel giorno le ferrovie hanno indetto uno sciopero. Dopo alcune imprecazioni, prevale il senso di solidarietà con i lavoratori: se scioperano, avranno le loro buone ragioni per farlo. Non ti scoraggi e guardi sul sito delle ferrovie per avere delle informazioni. Vieni accolto da un messaggio particolarmente irritante: le Frecce circoleranno regolarmente. Ecco, pensi, hanno già deciso a chi deve dare fastidio questo sciopero: alla povera gente che non si può permettere le Frecce e ai pendolari, considerati dai vertici di Trenitalia una clientela di serie B (pur essendo la maggioranza dei viaggiatori, 2 milioni (!) al giorno, mentre nell'intero 2013 sulle Frecce hanno viaggiato "appena" 42 milioni di persone). Del resto la penalizzazione dei pendolari è in corso già da parecchi anni, e ha avuto un'impennata grazie soprattutto al buon Moretti (tuttora in attesa di giudizio per la strage di Viareggio), che dopo aver fatto un pessimo servizio al trasporto pubblico su rotaia (con il risanamento dei conti come unico obiettivo) è stato promosso in Finmeccanica. E il futuro non si prospetta migliore, visto che Renzi ha appena presentato un piano per privatizzare le Frecce, facendole però viaggiare su binari pubblici (in pratica, socializzare le perdite e privatizzare i profitti).
Ma torniamo allo sciopero. Cerchi di scacciare l'irritazione e vai alla ricerca di informazioni: sul sito di Trenitalia c'è un bell'elenco dei treni che saranno cancellati. Ti rallegri per la trasparenza dell'informazione e per il fatto che il treno che devi prendere la mattina successiva non compare nell'elenco. Ti svegli all'alba, vai in stazione e scopri che il tuo treno è stato cancellato. Viaggio rimandato (non c'è modo di arrivare a Voghera in tempo per la coincidenza) e visita medica saltata.
Mentre ti accingi alla trafila burocratica per recuperare almeno i soldi del biglietto, pensi che in fondo è tutto "normale". Perché stupirsi e indignarsi? Le cose funzionano così. Da sempre, chi detiene il Potere fa di tutto per mettere i poveri contro i poveri. Scannatevi tra di voi, che io me ne sto beato a godermi la mia ricchezza, il mio benessere, il mio Potere.
Succede nel mondo del lavoro (pendolari contro scioperanti).
Succede nel mondo della finanza, dove le banche (salvate con i soldi di tutti, anche dei poveri) fanno credito solo a chi non ne ha realmente bisogno, mentre se non possiedi nulla devi sgomitare, più contro che insieme, con gli altri poveri, per sbarcare il lunario. Il Nobel (per la pace, mica per l'economia!) a Yunus per il microcredito è stata una bella cosa, ma nel mondo occidentale non è cambiato nulla e non è stato importato quel modello (almeno nella finanza tradizionale).
Succede nel mondo dell'immigrazione, con l'abietta divisione tra migranti economici (serie B) e migranti politici (serie A).
Poveri contro poveri, il tutto con l'intento di distogliere i cittadini dal punto verso cui dovrebbero indirizzare la propria rabbia, la propria frustrazione, la propria indignazione. Il punto in cui è concentrato il Potere. Potere che, tra l'altro, fa di tutto per mantenere il popolo nell'ignoranza, obiettivo facilmente perseguibile dato che il Potere controlla i grandi mezzi di (dis)informazione.
Un esempio geniale della malafede dei media si può ritrovare sul Corriere (ma la notizia è apparsa anche su Repubblica, Il Fatto, Avvenire e altri). Qualche settimana fa sul quotidiano milanese (principali azionisti: Urbano Cairo (Cairo Communication-RCS), Mediobanca S.p.A, Diego Della Valle, Finsoe S.p.A. (Unipol), China National Chemical Corporation) si sono scandalizzati perché in un ospedale nel nord del Venezuela i bambini vengono messi in scatole di cartone. Poveri bambini venezuelani! Quale occasione migliore per sparare a zero su uno dei tanti "regimi" latinoamericani che (con tutti i loro limiti, n.d.a.) si oppongono al neoliberismo? Oppure (tutto è possibile) non sarà per caso invidia? Ma come, laggiù, con tutti i problemi che hanno, c'è un boom di nascite, mentre qui da noi (che invece stiamo benissimo e non abbiamo nessun problema) dobbiamo inventarci il "fertility day"!
Dove sta la malafede, vi starete domandando? Qualche anno fa (giugno 2013), sullo stesso giornale, si era sprecato inchiostro per elogiare la tradizione finlandese che prevede che tutti i neonati vengano messi per i primi mesi di vita in scatole, pardon, culle di cartone, sostenendo che tale pratica possa perfino ridurre la mortalità infantile (vedi link di seguito) e, udite udite, promuovere l'idea di uguaglianza tra i neonati (questo refuso che "inneggia al socialismo" deve essere sfuggito al revisore dell'articolo). Che fortunati i bambini finlandesi!
In fondo (e purtroppo) si può tranquillamente affermare, con il permesso di Remarque, che non c'è "niente di nuovo sul fronte occidentale": mantieni il popolo nell'ignoranza e, soprattutto, divide et impera.

Gli articoli sul Corriere: